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Materiali corso 2017-2018

 

Riproduzione delle slides proiettate a lezione

 Corso "Vita e potenza. La filosofia come via verso la felicità"

F. Nietzsche, Gaia scienza, § 290.
“Una cosa sola è necessaria. “‘Dare uno stile’ al proprio carattere: è un’arte grande e rara. L’esercita colui che abbraccia con lo sguardo tutto quanto offre la sua natura in fatto d’energie e debolezze, e che inserisce quindi tutto questo in un piano artistico, finché ogni cosa non appare come arte e ragione, e perfino la debolezza incanta l’occhio. Qui si è aggiunta una gran quantità di natura secondaria, là si è eliminato un frammento di natura primaria: in tutti e due i casi, con un lungo esercizio e un quotidiano lavoro. Qui il brutto che non si lascia sopprimere resta nascosto, là lo si è trasformato in sublime. Molto dell’indeterminato che riluttava ad assumere forma è stato messo da parte e utilizzato in funzione prospettica: esso dovrà accennare oltre a sé, a qualcosa di lontano e incommensurabile”

 

•Il fine della vita (la felicità, l’eu-daimonia) è lavorare a costruirsi un carattere (ethos), riconoscendo, affermando, volendo ciò che in esso è destinato (il proprio daimon).
 
 
Aristotele, Ars poetica, 1450a15:
•”La tragedia è imitazione non di uomini, ma di azioni. Così anche la felicità e l’infelicità della vita consiste in azioni (en praxei) e il fine della vita è una certa azione e non una qualità. Gli uomini sono qualificati in base ai loro caratteri (ethe) ma sono felici oppure il contrario secondo le loro azioni. Quindi non agiscono per imitare i caratteri, ma assumono questi stessi caratteri attraverso le loro azioni”.
 
Nietzsche, Genealogia della morale, I-10
•“ I bennati, gli aristoi…uomini completi, sovraccarichi di forza, e perciò necessariamente attivi, non sapevano separare la felicità dall’agire – presso di loro l’essere operosi veniva necessariamente considerato una condizione felice (di qui prende origine l’eu-prattein) tutto ciò in notevole contrasto con la felicità al livello degli impotenti, degli oppressi, degli esulcerati da sentimenti velenosi o astiosi, nei quali essa appare essenzialmente come narcosi, stordimento, quiete, pace, distensione dell’animo e rilassamento del corpo, insomma in forma passiva”.
 
Spinoza, Libro IV ETICA
Proposizione LXVII
•L’uomo libero non pensa a nulla meno che alla morte, e la sua sapienza è meditazione non della morte, ma della vita
 
F. Nietzsche, La gaia scienza, § 324.
•“In media vita. No, la vita non mi ha disilluso. Di anno in anno la trovo più ricca, più desiderabile e più misteriosa – da quel giorno in cui venne a me il grande liberatore, quel pensiero cioè che la vita potrebbe essere un esperimento di chi è volto alla conoscenza – e non un dovere, non una fatalità, non una frode. E la conoscenza stessa: può anche essere per altri qualcosa di diverso, per esempio, un giaciglio di riposo o la via ad un giaciglio di riposo, oppure uno svago, o un ozio, ma per me essa è un mondo di pericoli e di vittorie, in cui anche i sentimenti eroici hanno le loro arene per la danza e per la lotta. ‘La vita come mezzo della conoscenza’ “. La conoscenza deve servire la vita, e non la vita la conoscenza»
 
Marco Aurelio, Pensieri, libro I, 17.22
•“Quando desiderai accostarmi alla filosofia, sono riconoscente di non essere incappato in un sofista e non essere rimasto seduto a leggere gli autori, ad analizzare i  sillogismi o occuparmi dei fenomeni celesti, ma di aver imparato ad aver cura di me stesso».
 
Seneca, Lettere a Lucilio, II, 20, 2.
«La filosofia insegna ad agire, non a parlare, ed esige che si viva secondo le sue norme così che le parole non siano in contraddizione con la vita, né questa con se stessa»
 
•E’ mia convinzione che la filosofia non sia una disciplina di cui sia possibile definire l’oggetto e i confini, come avviene nelle scuole  e nelle università. La filosofia non è una sostanza, ma un’intensità che può di colpo animare qualsiasi ambito: l’arte, la religione, l’economia la poesia, il desiderio, l’amore. Assomiglia più a qualcosa come il vento e le nuvole o una tempesta: come queste si produce all’improvviso, scuote, trasforma e perfino distrugge il luogo in cui si è prodotta, ma altrettanto imprevedibilmente passa e scompare.
•G. Agamben, Che cos’è la filosofia?, Quodlibet
 
•«La filosofia….va pensata come un’ascesi, un esercizio, nel pensiero».
•La posta consisteva nel sapere in quale misura il lavoro di pensare la propria storia può liberare il pensiero da ciò che esso pensa silenziosamente, e permettergli di pensare in modo diverso»
•Ma che cos’è la filosofia, oggi, se non è lavoro critico del pensiero su se stesso?

M. Foucault, L’uso dei piaceri, Feltinelli, p. 14

 

•Arti dell’esistenza

Intendo con questo delle pratiche ragionate e volontarie attraverso le quali gli uomini non solo si fissano dei canoni di comportamento, ma cercano essi stessi di trasformarsi, di modificarsi nella loro essenza singola, di fare della loro vita un’opera che esprima certi valori estetici e risponda a determinati criteri di stile

(M. Foucault, Ivi, p. 16)

 

•ETO-POIETICA
•Insieme di pratiche  che costituiscono l’armatura del comportamento quotidiano.
•Una condotta che «permette ad ogni individuo di vigilare su di essa, di formarla e di plasmare se stessi come soggetti etici»
•(M. Foucault, ivi, p. 17)
 
•MATRICE ANTICA                        MATRICE MODERNA
Cura di sé (epimeleia eautou) /            Conoscenza di sé
•                                                      (gnothi  seauton)
•Spiritualità                                   Filosofia
•Ethos                                             Logos
•Cosa devi fare della tua vita?             Chi sei tu?
•Sé etico                                           Sé psicologico-cognitivo
•Sé come opera da costruire          Sé come segreto da svelare
•Etopoietica-biopoietica                Psicologia, epistemologia
•Soggetto che chiede di trasformarsi/    Soggetto che chiede di conoscere
•Soggetto dell’azione retta/                 Soggetto della conoscenza vera
•Soggetto delle pratiche/                    Soggetto alle pratiche
•Filosofia come prova della vita, come pratica/Filosofia come metafisica dell’anima e conoscenza
 
Concetti chiave dell’Ermeneutica del soggetto
 

Epimeleia heautou: cura di sé

• epimeleia: cura, occupazione, attività;
•       meletan: praticare, esercitarsi, allenarsi=gymnazein
•Askesis: esercizio, allenamento
•Eto-poietica (ethos, comportamento+ poiesis, produzione, fattura)
•Estetica dell’esistenza
 
•La natura dell’universo non ha nulla all’esterno e il fatto prodigioso della sua arte è che , dopo essersi circoscritta, trasforma in sé tutto ciò che al suo interno appare corrompersi, invecchiare e divenire inutile e da questo  materiale ricava nuovi prodotti.
•(Marco Aurelio, A se stesso, VIII, 50)
 
•La facoltà razionale è diffusa ovunque e permea chi è capace di attingere da essa, non meno di quanto l’aria permei chi può respirarla (Ivi, VIII, 54).
•Una sola è la luce del sole, anche se viene divisa da muri, montagne, innumerevoli altri ostacoli. Una sola la sostanza comune, anche se viene divisa tra innumerevoli corpi individuati da specifiche qualità. Una sola è l’anima, anche se viene divisa tra innumerevoli nature e circoscritte individualità
(Ivi, XII, 30)
 
•Gli Stoici “pretendono che la nostra anima sia un essere vivente. Essa infatti vive ed ha sensazioni, soprattutto nella sua parte dominante, che si chiama mente. Dato che ogni virtù sostanzialmente si identifica con la mente, ogni virtù è un essere vivente: per questo essi possono dire che la saggezza compie azioni sagge, perché dal loro punto di vista ciò è coerente” (SVF III, 75).
 
 
•Tutto ciò che si ha da sopportare a seguito della costituzione dell’universo si accetti con animo grande: siamo legati a questo sacro impegno, di sopportare le cose mortali, e non turbarci per quelle che non è in nostro potere mutare. Siamo nati in un regno. Libertà è obbedire a Dio (Seneca, La vita felice, 15.7).
•A nulla sono costretto, nulla patisco contro voglia, non servo a Dio, ma consento» (De providentia, 5.6)
 
•«Ducunt volentem fata, nolentem trahunt» (Seneca)
•Il destino guida chi vuole, trascina chi resiste (Cleante)
 
Inno a Zeus di Cleante. Ripreso a chiusura del Manuale:
«O Zeus, o Destino, conducetemi là

dove avete destinato che io vada;

vi seguirò senza esitare. E se divenuto malvagio,

 io non voglia, pur dovrò seguirvi»

 

•Affrontiamo dunque con grande forza d’animo tutto quello che per legge universale dobbiamo sopportare. E’ un dovere che siamo tenuti ad assolvere: accettare le sofferenze umane e non lasciarsi sconvolgere da quello che non è in nostro potere evitare. Siamo nati sotto una monarchia dove obbedire a dio è l’unica libertà possibile
•(Seneca, La vita felice, 16)
 

Quale può essere allora la nostra scorta? Una sola ed unica cosa, la filosofia. La sua essenza sta nel conservare il demone che è in noi inviolato e integro, superiore ai piaceri e ai dolori, in grado di non compiere nulla a caso…disposto ad accettare gli avvenimenti e la sorte che gli tocca in quanto provengono di là da dove anche egli è giunto

(Marco Aurelio, A se stesso, II, 17)

 In qualunque momento lo desideri, ritirati in te stesso e rinnova te stesso (IV, 3).

Per questo la mente libera da passioni è una acropoli: l’uomo infatti non ha nulla di più saldo in cui rifugiarsi per diventare sempre più imprendibile (Ivi, VIII, 48)

 
 
AMOR FATI•Devi amare quel che ti accade per due ragioni: la prima perché è per te che doveva avvenire, per te è stato disposto, e con te stava in un certo rapporto intessuto, indietro nel tempo, con i fili delle cause più antiche; la seconda, perché per colui che governa il tutto anche ciò che tocca singolarmente a ciascuno è fattore che contribuisce alla prosperità, alla continuità e, per Zeus, alla sussistenza stessa… così quando ti senti in contrasto con il tutto tu amputi e in certo modo sottrai. 

(Marco Aurelio, Eis eauton, V, 8)

VITA E POTENZA Dimostro di essere come uno scoglio solo in mezzo a una secca che le onde flagellano continuamente da ogni parte, ma neanche secoli di ripetuti assalti possono smuoverlo o scalfirlo. Assalitemi, dunque, attaccatemi: vi vincerò sopportandovi. Chi si scaglia contro uno scoglio irremovibile e insuperabile rivolge la forza a suo danno (Seneca, La vita felice, 27)

Sii come il promontorio, contro cui si infrangono costantemente i flutti. Resta immobile, e intorno ad esso si placa il ribollire delle acque •(Marco Aurelio, Ivi, IV, 49)

Cancella la rappresentazione, arresta l’impulso, spegni l’appetito, mantieni in tuo potere il principio dirigente•(ivi, IX, 7)

•Tre sono gli elementi di cui sei composto: il corpo, il soffio vitale, l’intelletto. Di questi i primi due sono tuoi nei limiti in cui te ne devi curare (epimeleisthai); solo il terzo è propriamente tuo. Perciò, se separi da te stesso, cioè dalla tua mente (nous) , o quanto tu hai detto o fatto, quanto ti turba per il futuro, o ciò che gli altri fanno e dicono… se ti rendi come l’empedoclea sfera perfetta e tonda che esulta nella sua circolare solitudine, e se ti impegni a vivere solo ciò che stai vivendo, ossia il presente, potrai trascorrere senza turbamenti, serenamente e in dolce pace con il tuo demone, quel che ti resta fino alla morte
•(ivi, XII, 3)
 
•In ogni modo l’animo va richiamato da tutte le sollecitazioni esterne a se stesso: si affidi a se stesso, gioisca di sé (se gaudeat), rivolga lo sguardo a se stesso, si ritiri quanto può dalle cose degli altri e si applichi a sé, non patisca i danni, interpreti favorevolmente anche le avversità.
•(Seneca, La tranquillità dell’animo, 14)
 
•E tra i principi che devono stare a portata di mano (prokeirotatois) quando ti ripiegherai su di essi, vi siano i due seguenti. Il primo: le cose non toccano l’anima, ma stanno immobili all’esterno, mentre i turbamenti vengono solo dall’opinione che si forma all’interno. Il secondo: tutto quanto vedi, tra un istante si trasformerà e non sarà più; e pensa continuamente alla trasformazione di quante cose hai assistito di persona. Il cosmo è mutamento, la vita è opinione.
•(Marco Aurelio, Eis eauton, IV 3)
 
•Non sono le cose, ma i giudizi sulle cose che turbano gli uomini. La morte, ad esempio non è niente di terribile (ché altrimenti sarebbe sembrata tale anche a Socrate), ma è veramente terribile il giudizio  che circonda la morte, ossia il fatto che la si creda terribile. Quando siamo ostacolati, o turbati, o ci addoloriamo, non prendiamocela che con noi stessi, ossia con i nostri preconcetti.
(Epitteto, Il Manuale, 5)

 

•Segni di un uomo che procede nella saggezza: non biasima, non loda, non riprende, non accusa nessuno.(Epitteto, Manuale, 48)
•Chi teme, soffre o si adira, è uno schiavo fuggitivo.(Marco Aurelio, Eis Eauton, X, 25)

Una via (meth’odos) duratura:

•Questa dottrina è utile anche nella vita sociale, in quanto insegna a non avere in odio nessuno, a non disprezzare, irridere, a non adirarsi con nessuno e a non invidiare nessuno
(Spinoza, Etica, fine della parte seconda).
 
•Cosa significa conoscere? Non ridere, non lugere, neque destestari, sed intelligere!
•Nietzsche, La gaia scienza, § 333
 
•E di cos’altro ti sei preoccupato, fin dall’inizio, se non di distinguere le cose tue da quelle non tue, le cose che sono in tuo potere da quelle che non lo sono? Con quale scopo sei andato dai filosofi?(Epitteto, Diatribe IV, I, 83).
•Alcune cose dipendono da noi, altre no. Dipendono da noi le opinioni, il volere, il desiderio, l’avversione e, in breve, quanto è opera nostra; non dipendono da noi il corpo, le ricchezze, la fama, le cariche pubbliche e, in breve, quanto non è opera nostra. Le cose che dipendono da noi sono libere…mentre quelle che non dipendono da noi sono impotenti, schiave, possono subire divieti, non ci appartengono. Sappi dunque che se riterrai libere le cose che per natura sono schiave, e tue quelle che appartengono a altri, ti troverai impacciato, afflitto, turbato, accuserai dei e uomini. Quando si tratta di queste ultime sii pronto a dire. «Non mi riguardano affatto» (Manuale 1)
 
•Le cose sono indifferenti, mentre il loro uso non è indifferente(Epitteto, Diatribe II, 51)

 Scegliere i preferibili, i convenienti

•Convenienter naturae vivere (omologoumenos), vivere comprendendo la natura personale e, dunque, quella universale. Adaequatio, oikeiosis.
•«Il fine è costituito dal vivere secondo natura, cioè secondo la propria natura (daimon) e la natura dell’universo» (Diogene Laerzio, 788).
•«E’ dunque felice una vita consona alla propria natura»(Seneca, La vita felice 3)
 
In sintesi:

STRATEGIE DI RESISTENZA ED ELEVAZIONE

•1) Sradicare le passioni, esercitare sempre la ragione. Non irridere, né compiangere, non detestare, né bramare. Solo comprendere.
•2)Tenere sempre a mente che esistono cose che dipendono da noi e cose che non dipendono da noi. Esercitare il proprio desiderio e la propria azione sulle prime.
•3) Ricordare che ogni cosa è indifferente. Solo l’uso delle cose può fare differenza. L’etica è sempre una pratica ‘ascetica’ e pragmatica.
•4) Vivere secondo natura. Ma la natura è trasformazione, divenire ed eterno ritorno. Imparare a vivere sapendo che tutto scorre. Ogni etica deve radicarsi in una fisica e nella conoscenza del mondo.
 

Esercizi spirituali, ascetici, alcuni esempi:

•Esercitati dunque in ciò che puoi. (askei o dunasai) E’ padrone di una persona colui che ha il potere di darle o di toglierle ciò che vuole o ciò che non vuole. Colui che desidera vivere libero non deve né desiderare né fuggire quanto dipende dagli altri; altrimenti sarà schiavo

(Epitteto, Il Manuale, 14)

•Prescriviti una sorta di carattere e fissati una regola di vita alla quale ti conformerai sia quando sarai solo con te stesso, sia quando ti troverai insieme ad altri…e soprattutto non parliamo mai degli uomini per adularli, né per criticarli, né per formulare dei giudizi

E ss sui precetti per vivere bene

(ivi, 33)

•Cancella la rappresentazione. Ferma i fili che muovono la marionetta. Circoscrivi l’istante presente del tempo. Prendi cognizione di ciò che avviene  a te o agli altri. Separa o suddividi l’oggetto in fattore causale e fattore materiale. Pensa all’ora estrema. Lascia l’errore di quell’uomo là dove quell’errore è sorto

(Marco Aurelio, I pensieri, VII, 29)

•Bisogna esigere anche per l’intero corpo un risultato analogo a quello che la mente ottiene nel caso del volto, che essa sa conservare composto e decoroso

(Ivi, VII, 60)

Paraskeue (equipaggiamento)
Prokheiron (avere sottomano)
Prosoché (vigilanza)

Come i medici hanno sempre sottomano gli strumenti e i ferri per intervenire d’urgenza, così tu tieni sempre pronti i principi per conoscere l’umano e il divino (Marco Aurelio, III, 13)

 
•Cancella la rappresentazione. Ferma i fili che muovono la marionetta. Circoscrivi l’istante presente del tempo. Prendi cognizione di ciò che avviene  a te o agli altri. Separa o suddividi l’oggetto in fattore causale e fattore materiale. Pensa all’ora estrema. Lascia l’errore di quell’uomo là dove quell’errore è sorto (Marco Aurelio, I pensieri, VII, 29)
 
Se anche un’unica volta la nostra anima ha vibrato e risuonato come una corda per la felicità, a determinare questo unico evento hanno concorso tutte le eternità – e in quell’unico attimo in cui dicemmo sì, l’eternità intera fu approvata, redenta, giustificata e affermata.

(F. Nietzsche, la volontà di potenza, 1032)

Chi ha visto l’istante presente, ha visto tutto, sia ciò che è stato dall’eternità, sia ciò che sarà fino all’infinito: perché tutto ha uguale origine e uguale aspetto

(Marco Aurelio, Pensieri, VI, 37)

Chi non sa che c’è un cosmo, non sa dove egli stesso si trovi. E chi non sa per quale scopo il cosmo esista, non sa chi sia egli stesso, né cosa sia il cosmo

(Marco Aurelio, Pensieri, VIII, 52)

“Infinite sono le inquietudini che il corpo ci procura – dice Socrate nel Fedone- […] esso ci riempie di amori e passioni e paure e immaginazioni di ogni genere […] Guerre, rivoluzioni, battaglie, chi altri ne è cagione se non il corpo e le passioni del corpo? [...] Bisognerà spogliarci del corpo e guardare con sola la nostra anima pura la pura realtà delle cose” (66b-e).
•Le passioni incollano, inchiodano e incatenano l’anima al corpo (Fedone, 82e-83e): liberazione dalle passioni significa così costituzione di un’anima puramente logica, che racchiuda in sé significati perfettamente definiti e nettamente profilati.
 
L’arte di vivere (biotike) è più simile all’arte della lotta che a quella della danza, in quanto ci si deve sempre tener pronti e ben saldi contro gli accidenti imprevisti
(Marco Aurelio, Pensieri, VII, 61)
 
•ETO-POIETICA- Costruzione dell’ethos, del modo d’agire, del carattere (Plutarco).
ØUn lavoro (poiesis) che permette ad ogni individuo di vigilare su di sé, di formarsi e plasmare se stesso come soggetto etico.
ØUna condotta (ethos) che ha la qualità di trasformare il modo d’essere di un individuo.
ØUn Insieme di pratiche  che costituiscono l’armatura (pareskeue) del comportamento quotidiano.
 
ASKESIS
Ø
ØCollegata con la paraskeue (la preparazione, l’equipaggiamento), che costituisce l’elemento di trasformazione del logos in ethos.
ØRappresenta l’insieme, la successione dei procedimenti calcolati e ripetuti che permettono di fissare definitivamente e di riattivare periodicamente, di rinforzare, tale paraskeue. Conquista di sé, non rinuncia.
ØProduce il soggetto come «atleta dell’evento»
ØPermette di trasformare il soggetto in soggetto attivo di discorsi veri assimilati e incorporati.
ØRappresenta quanto fa sì che il dir-vero venga costituendosi come modo d’essere del soggetto.
 
•La ‘prova’ – che va intesa come prova modificatrice di sé nel gioco della verità e non come appropriazione semplificatrice di altri a scopi di comunicazione – è il corpo vivo della filosofia, se questa è ancor oggi ciò che era un tempo, vale a dire un’’ascesi’, un esercizio di sé, nel pensiero.
 M.Foucault, L’uso dei piaceri, p.14 
 
•La relazione tra il potere e il rifiuto della libertà a sottomettersi non può perciò essere sciolta […] Nel cuore della resistenza del potere, a provocarla costantemente, c’è la resistenza della volontà e l’intransigenza della libertà. Piuttosto che parlare di una libertà essenziale, sarebbe più opportuno parlare di un ‘agonismo’ – di un rapporto che è al contempo di incitamento reciproco e di lotta; più che di un affrontamento faccia a faccia che paralizza entrambe le parti, si dovrebbe parlare di una provocazione permanente.

Foucault, Come si esercita il potere

Il “pensiero abissale” di Spinoza (C. Sini)

 

•Deus sive Natura
•SOSTANZA sive ATTRIBUTI
•Mondo, il ‘che c’è’ del mondo
•Cosmo (physis) e ragione (logos) Cf. Stoici.
•Esistenza, vita che accade in tutti i suoi MODI
 
•“Una sola e stessa voce per tutto il multiplo delle infinite vie, un solo e stesso Oceano per tutte le gocce, un solo clamore dell’Essere per tutti gli essenti”.
•(G. Deleuze, Differenza e ripetizione)
 
•Affectio (Affezione):
•Modificazione di un corpo da parte di una causa esterna e, simultaneamente, idea di quella modificazione
•Affezione-Immagine (Deleuze)
•Aspetto percettivo-cognitivo dell’incontro
 
•Affectus (Affetto):
•Affezione dell’aumento o della diminuzione della potenza del corpo, unitamente alla sua idea.
•Indice di una variazione di potenza del corpo, dunque della mente.
•Affezione-sentimento (Deleuze)
•Aspetto emotivo dell’incontro
 
•Conatus: in suo esse perseverare
•Forza con la quale ciascuna cosa si sforza di perseverare nel suo essere = attuale essenza, cioè esistenza della cosa = principio di autoconservazione e affermazione .
•Conatus riferito a mente e corpo: Appetito
•Conatus riferito solo alla mente: Volontà
•Conatus consapevole di sé: Cupiditas (cupidità, desiderio)

 •Cupiditas, Laetitia, Tristitia, tre forme primitive di affetti da cui derivano tutti gli altri.


 Kraftcentrum, Machtkonstellationen

•Nessuna cosa può essere distrutta se non da una causa esterna (E3 PIV)
•Ogni cosa, per quanto è in sé, si sforza di perseverare nel proprio essere (E3 PVI)
•In natura non esiste alcuna cosa singolare, della quale non ne esista un’altra più potente e più forte. Ma qualunque sia data, se ne dà un’altra più potente dalla quale quella può essere distrutta (E4 Assioma)
•La forza con la quale l’uomo persevera nell’esistenza è limitata e infinitamente superata dalla potenza delle cause esterne (E4 PIII)
 

•Perseverare nel proprio essere → Conatus → Potenza→ Potenza massima, virtù → Ricerca del proprio utile → Vero utile: potenza di agire secondo le leggi della propria natura → Potenza di ragionare →Comprendere Dio come massimo utile  

 

Attenzione! Dio è:

 •Natura

•Sostanza

•Mondo

•Vita con tutti i suoi affetti

•Nessun fine estrinseco o trascendente

•Etica materialistica e immanentista
 
 
Il bene nell’Etica
 
üGiudichiamo bene ciò che cerchiamo, desideriamo, appetiamo, vogliamo (EIII PIX sc).
üPer bene intendo ogni genere di Gioia e qualunque cosa conduce ad essa, e soprattutto ciò che soddisfa un desiderio, qualunque questo sia (EIII PXXXIX sc).
üBene e male sono solo modi del pensare e non indicano alcunché di positivo nelle cose. (Prefazione IV parte).
üBene è ciò che ci avvicina al modello della natura umana, ciò che conduce a perfezionarci (Ibidem)
üPer bene intendo ciò che sappiamo con certezza esserci utile (EIV DEf1).
üChiamo bene e male ciò che giova o è di ostacolo alla conservazione del nostro essere, cioè ciò che aumenta o diminuisce la nostra potenza d’agire (EIV PVIII)
üMa non vi è nulla di più utile all’uomo che l’uomo stesso (EIII PXVIIIsc).
üBene è ciò che conduce a comprendere (EIV PXXVII)
üIl sommo bene della mente o utile è la conoscenza di Dio (PXXVIII).
 
Goethe e Nietzsche: leoni che ridono devono venire:
 
•La bellezza e la perfezione di un essere vivente sta nella forza che esprime un essere perfettamente organizzato quando la sua vista ci fa pensare che gli sia concesso, appena lo voglia, un uso libero e multiforme di tutte le sue membra. Perciò gli antichi scolpivano anche i loro leoni nel più alto grado di quiete e indifferenza. (La metamorfosi delle piante)
•Più elevati, più forti, più vittoriosi, più lieti, squadrati e rettilinei nel corpo e nell’anima: leoni che ridono hanno da venire (Zarathustra)
 
 
•E sapete voi che cosa è per me ‘il mondo’? Devo mostrarvelo nel mio specchio? Questo mondo è un mostro di forza, senza principio, senza fine, una quantità di energia fissa e bronzea, che non diventa né più grande, né più piccola, che non si consuma, ma solo si trasforma [...] che è dappertutto pieno di forze, un gioco di forze…che fluiscono e si agitano in se stesse, in eterna trasformazione, che scorrono in eterno a ritroso, un mondo che ritorna in anni incalcolabili e che benedice se stesso come ciò che deve eternamente tornare, come un divenire che non conosce sazietà, né disgusto, né stanchezza. Questo mio mondo dionisiaco che si crea eternamente, che distrugge eternamente se stesso, questo mondo misterioso di voluttà ancipiti, questo mio “al di là del bene e del male”, senza scopo, a meno che non si trovi uno scopo nella felicità del ciclo senza volontà, a meno che un anello non dimostri buona volontà verso di sé - per questo mondo volete un nome? Una soluzione per tutti i suoi enigmi? E una luce anche per voi, i più nascosti, i più forti i più impavidi o uomini della mezzanotte? Questo mondo è la volontà di potenza- e niente altro! E anche voi siete questa volontà di potenza - e niente altro! (Volontà di Potenza 1067).
 
•Il nostro nuovo infinito: Fino a che punto si estenda il carattere prospettico dell’esistenza o se essa forse non abbia un altro carattere qualsiasi, se un’esistenza senza spiegazione, senza ‘senso’, non diventi appunto un assurdo… Questo non può essere deciso nemmeno attraverso la più diligente e la più penosamente coscienziosa analisi e autoindagine dell’intelletto; infatti, in questa analisi, l’intelletto umano non può fare a meno di vedere se stesso sotto le sue forme prospettiche e di vedere soltanto in esse
Non possiamo girare con lo sguardo il nostro angolo…
Ma io penso che oggi per lo meno siamo lontani dalla ridicola presunzione di decretare dal nostro angolo che solo a partire da questo angolo si possono avere prospettive. Il mondo è piuttosto divenuto per noi ancora una volta infinito in quanto non possiamo sottrarci alla possibilità che esso racchiuda in sé interpretazioni infinite. Ancora una volta il grande brivido ci afferra: ma chi mai avrebbe voglia di divinizzare ancora immediatamente alla maniera antica questo mostruoso mondo ignoto?...Ah, in questo ignoto sono comprese troppe non divine possibilità di interpretazione, troppa stregoneria, scempiaggine, bizzarria di interpretazione: quella nostra umana, anche troppo umana, interpretazione che noi ben conosciamo…
•(F. Nietzsche, La gaia scienza, af. 374)
.
•Signori filosofi, d'ora innanzi guardiamoci meglio dal pericoloso, antico favoleggiamento concettuale, che ha posto un «soggetto della conoscenza puro, senza volontà, senza dolore, al di fuori del tempo»; guardiamoci dai tentacoli di tali concetti contraddittori come «ragion pura», «spiritualità assoluta», «conoscenza di sé»; - qui si esige sempre di pensare un occhio che non può essere pensato, un occhio che non deve avere proprio nessuna direzione, in cui devono essere interrotte, devono mancare le attive forze, interpretanti, grazie alle quali soltanto il vedere diventa un vedere qualcosa; qui si esige dunque sempre un controsenso e un non concetto di occhio. 
Esiste "solo" un vedere prospettico, "solo" un «conoscere» prospettico; e "quanti più" affetti facciamo parlare a proposito di una cosa, "quanti più" occhi, occhi diversi sappiamo adoperare in noi per la stessa cosa, tanto più completo sarà il nostro «concetto» di essa, la nostra «obiettività». Ma eliminare in genere la volontà, deporre gli affetti nel loro complesso, ammesso che ne fossimo capaci: come? non significherebbe "castrare" l'intelletto?...
Genealogia della morale III.12
 
•Che cos’è dunque la verità? Un mobile esercito di metafore, metonimie, antropomorfismi, in breve una somma di relazioni umane che sono state potenziate poeticamente e retoricamente, che sono state trasferite e abbellite, e che dopo un lungo uso sembrano a un popolo solide, canoniche e vincolanti: le verità sono illusioni di cui si è dimenticata la natura illusoria, sono metafore che si sono logorate e hanno perduto ogni forza sensibile, sono monete la cui immagine si è consumata e che vengono prese in considerazione solo come metallo, non più come monete. Sinora noi non sappiamo onde derivi l’impulso verso la verità
(Su verità e menzogna in senso extra-morale)
 
•Dolce è che vi siano parole e suoni: non son forse, parole e suoni, arcobaleni e parvenze dipinti tra ciò che è separato dall’eternità?  …
•Per me – come potrebbe esistere un al-di-fuori-di-me? Non esiste un fuori! Ma questo noi lo dimentichiamo in ogni suono che emettiamo; com’è dolce che dimentichiamo!
•Non sono stati donati alle cose e nomi e suoni, perché l’uomo trovi ristoro nelle cose? Il parlare è una follia bella: con esso l’uomo danza su tutte le cose.
Così parlò Zarathustra, Il convalescente
 
•Ogni unità è unita solo in quanto è organizzazione e armonia, non diversamente dal modo in cui una comunità umana è un’unità: quindi l’opposto dell’anarchia degli atomi, e quindi una struttura di potere che significa unità, ma non è unità. E se ogni unità fosse unità solo come organizzazione?
•VP 561
 
•La lotta per l’esistenza. Ciò indica uno stato occasionale. La regola è piuttosto la lotta per la potenza, per un ‘più’ e ‘meglio’. E ‘più presto’ e ‘più spesso’.
•L’incessante volontà di potenza e di continua creazione, o trasformazione, o autosuperamento.
(Frammenti postumi 1885)
 
•"l'interpretazione è …. violentare, riassettare, accorciare, sopprimere, riempire, immaginare finzioni, falsificare radicalmente»
Genealogia della morale, III, 24
 
La vita è essenzialmente appropriazione, offesa, sopraffazione di tutto quanto è estraneo e più debole, oppressione, durezza, imposizione di forme proprie, un incorporare o per lo meno, nel più temperato dei casi, uno sfruttare – […]non trovando in una qualche moralità o immoralità il suo punto di partenza, ma per il fatto stesso che esso vive , e perché vita è precisamente volontà di potenza.
Lo «sfruttamento» non compete ad una società guasta oppure imperfetta o primitiva: esso concerne l’essenza  del vivente in quanto fondamentale funzione organica, è una conseguenza di quella caratteristica volontà di potenza, che è appunto la volontà della vita – Ammesso che questa, come teoria, sia una novità – come realtà è il fatto originario di tutta la storia: si sia fino a questo punto sinceri verso se stessi!
Al di là del bene e del male, §259
 
•Voler conservare se stessi è l'espressione di una situazione di emergenza, una limitazione del vero istinto fondamentale della vita, il quale tende all'ampliamento del potere e, in questa sua volontà, mette abbastanza spesso in discussione, sacrificandola, l'autoconservazione. E’ per esempio sintomatico che alcuni filosofi, ad esempio il tisico Spinoza, vedessero, dovessero vedere proprio nell'istinto di autoconservazione l'elemento decisivo: erano uomini in una situazione di emergenza.Il fatto che le moderne scienze naturali si siano impigliate a tal punto nel dogma di Spinoza (l'ultimo caso, e il più grossolano, è quello del darwinismo, con la sua teoria inconcepibilmente unilaterale della «lotta per l'esistenza») dipende probabilmente dalle origini della maggior parte degli scienziati: essi appartengono, da questo punto di vista, al «popolo»; i loro antenati erano gente povera e meschina, che conosceva anche troppo da vicino la difficoltà di tirare avanti. Da tutto il darwinismo inglese alita l'aria soffocante della sovrappopolazione inglese, l'odore di necessità e ristrettezza della gente meschina. Eppure, in quanto scienziati, si dovrebbe abbandonare il proprio cantuccio umano: e in natura non predomina la necessità, ma la sovrabbondanza, lo spreco, fino all'assurdo. La lotta per l'esistenza è soltanto un'eccezione, una temporanea restrizione della volontà di vivere; la lotta grande e piccina ruota ovunque intorno al sovrappeso, alla crescita e alla diffusione: cioè intorno alla potenza, conformemente a quella volontà di potenza che costituisce la stessa volontà di vivere.
Gaia scienza, af. 349
 
•Sono veramente sbalordito ed incantato! Ho un precursore e quale precursore! Non conoscevo quasi Spinoza: che adesso abbia desiderato di leggerlo è stato un «atto istintivo». Non solo la tendenza generale della sua filosofia è uguale alla mia – fare della conoscenza l’affetto più potente – io mi ritrovo ancora in cinque punti capitali della sua dottrina; questo pensatore, il più abnorme e solitario che sia esistito, è appunto il più vicino a me in queste cinque cose: egli nega il libero arbitrio; gli scopi; l’ordine morale del mondo; il disinteresse; il male. Se, certo, anche le differenze sono enormi, queste sono da attribuire soprattutto alla differenza dei tempi, della cultura, della scienza. In summa: la mia solitudine [Einsamkeit] – che, come accade in alta montagna, spesso mi toglieva il fiato e mi faceva trasudare sangue dai pori – è ora, per lo meno, una solitudine a due [Zweisamkeit]. Meraviglioso!
Lettera a Overbeck 1881
 

Che cosa significa conoscere.

«Non ridere, non lugere, neque detestari, sed intelligere!», - dice Spinoza, nel modo semplice e sublime che gli è tipico. Nel frattempo: in che cosa differisce, in ultima analisi, questo intelligere dalla forma in cui appunto cominciamo a percepire questi tre fatti? Un risultato di questi istinti diversi e tra loro contrapposti, di voler schernire, deplorare, maledire! Perché sia possibile conoscere, occorre che ciascuno di questi istinti abbia esposto la sua visione unilaterale della cosa o dell'evento; nasce poi, fra queste unilateralità, un conflitto, e da questo a sua volta una mediazione, una pacificazione, un salvare la ragione di tutte e tre le parti, una specie di giustizia e di contratto; infatti in virtù della giustizia e del contratto tutti questi istinti possono affermarsi nell'esistenza e avere ragione tutti insieme.Di questo processo, alla nostra coscienza giungono soltanto le ultime scene di riconciliazione e gli accordi conclusivi, per cui pensiamo che intelligere sia qualcosa di riconciliante, di giusto, di buono, qualcosa di sostanzialmente opposto agli istinti; mentre in realtà si tratta semplicemente di un certo atteggiamento reciproco di quegli stessi istinti. Per lunghissimo tempo si è ritenuto che il pensiero consapevole fosse il pensiero per antonomasia; soltanto adesso ci balugina la verità, ovvero che la maggior parte della nostra vicenda spirituale si svolga inconsapevolmente, senza che noi lo percepiamo: io credo però che questi istinti conflittuali sappiano bene, tra loro, farsi percepire e anche farsi male: quello sfinimento violento e improvviso da cui sono afflitti tutti i pensatori potrebbe avere qui la sua origine (è lo sfinimento sul campo di battaglia). Sì, forse la lotta che si svolge nel nostro intimo comprende un po' d'eroismo, ma sicuramente niente di divino o che riposi eternamente in se stesso, come intendeva Spinoza. Il pensiero consapevole, e soprattutto quello filosofico, è il meno vigoroso e quindi, in proporzione, anche il più mite e tranquillo: così proprio il filosofo è il più facile da trarre in inganno sulla natura della conoscenza.

Gaia scienza 333

 

Perché non siamo idealisti.
•Un tempo i filosofi avevano paura dei sensi - forse che noi abbiamo disimparato troppo questa paura? Oggi siamo tutti sensualisti, noi uomini presenti e futuri della filosofia, non in teoria, ma nella prassi, in pratica... Quelli sostenevano invece che i sensi li avrebbero rapiti dal loro mondo, il freddo regno delle «idee», portandoli in una pericolosa isola del Sud, dove temevano che le loro virtù da filosofi si sarebbero liquefatte come neve al sole. All'epoca la «cera nelle orecchie» era praticamente una condizione del filosofare: un filosofo genuino non udiva più la vita nella misura in cui essa è musica, negava la musica della vita; una vecchia superstizione dei filosofi vuole infatti che tutta la musica sia musica di sirene. Oggi noi vorremmo essere inclini a esprimere il giudizio opposto (che di per sé potrebbe essere altrettanto sbagliato), ovvero che le idee seducano più dei sensi, con tutto il loro aspetto freddo e anemico e neppure malgrado questo aspetto, - esse hanno sempre vissuto del «sangue» del filosofo, gli hanno lacerato i sensi e, se ci vorranno credere, anche il «cuore».
Questi vecchi filosofi erano senza cuore: filosofare è sempre stato una specie di vampirismo. Davanti a queste figure, come ancora davanti a Spinoza, non provate un qualcosa di profondamente enigmatico e inquietante? Non vedete lo spettacolo che si dipana davanti ai vostri occhi, questo continuo impallidire, - questa desensualizzazione interpretata sempre più idealisticamente? Non presagite, celata sullo sfondo, una qualche succhiatrice di sangue, che inizia dai sensi e alla quale in fondo non avanzano altro che ossa e scricchiolii, - né lascia altro? Mi riferisco a categorie, formule, parole (perché, mi si perdoni, quanto è rimasto di Spinoza, amor intellectualis dei, è uno scricchiolio, e niente più! Che cos'è amor e che cosa deus se manca loro ogni goccia di sangue?...)

Gaia scienza 372

 

O ancora: “La dottrina del meden agan si rivolge all’uomo traboccante di forze – non ai mediocri. L’enkrateia e la askesis sono solo un gradino dell’altezza: più in alto sta la ‘natura aurea’ […]Più in alto del ‘Tu devi’ sta l’’Io voglio’ (gli eroi), e più in alto dell’’Io voglio’ sta l’’Io sono’ (gli Dei dei Greci)” (lettera a Rée).

La caratteristica globale del mondo è invece, per l'eternità, il caos, non nel senso che manchi la necessità, ma nel senso che mancano ordine, struttura, forma, bellezza, saggezza, ovvero le nostre umanità estetiche… Ma come possiamo biasimare o lodare l'universo! Guardiamoci dall'attribuirgli mancanza di cuore o irragionevolezza o i loro contrari: non è né perfetto né bello né nobile; non vuole diventare niente di tutto ciò; non mira assolutamente a imitare l'umano! ….Guardiamoci bene dal dire che in natura esistono leggi. Ci sono solo necessità: non c'è nessuno che dà ordini, nessuno che obbedisce, nessuno che oltrepassa un limite. Sapendo che non ci sono fini, sapete anche che non c'è un caso: solo in un mondo di fini, infatti, la parola «caso» ha un senso… Ma quando mai la smetteremo con la nostra cautela e la nostra circospezione? Quando non saremo più oscurati da tutte queste ombre di Dio? Quando avremo completamente  sdivinizzato la natura? Quando potremo cominciare a naturalizzare noi  uomini insieme alla pura natura, nuovamente ritrovata, nuovamente redenta?
• Gaia scienza, af 109.
 

«È cosa da nulla esser duro come uno stoico. Bisogna avere in se stessi l’antagonismo: il sentimento delicato e la potenza contraria di non sanguinare» (Frammenti postumi 1884).

« Io ho imparato a rovesciare le prospettive, a farle parlare insieme; il vero criterio della forza è riuscire a vivere sotto il dominio dei valori contrari, e volerli sempre di nuovo» (Frammenti postumo 1887)

 

 

•C’è un pessimismo della forza? Un’inclinazione intellettuale per ciò che nell’esistenza è duro, raccapricciante, malvagio, problematico, in conseguenza di un benessere, di una salute straripante, di una pienezza dell’esistenza?... Una sperimentante prodezza dello sguardo più acuto, che anela al terribile, come al nemico, al degno nemico su cui può provare la sua forza?Questo è il mito tragico e l’enorme fenomeno del dionisiaco che fiorì da esso

 

(Tentativo di autocritica a La Nascita della Tragedia).

 

 Il Dio in croce è un dito levato a comandare di liberarsi della vita.

Dioniso fatto a pezzi è una promessa di vita; la vita rinasce in eterno e ritornerà in patria, tornerà dalla distruzione

(Volontà di potenza, § 1052)

 

 

•Il peso più grande. Che cosa accadrebbe se un giorno o una notte nella più solitaria delle tue solitudini si insinuasse un demone e ti dicesse: «Questa vita che vivi adesso e che hai vissuto, dovrai viverla ancora innumerevoli volte; e non ci sarà niente di nuovo, in essa, ma ogni dolore e ogni piacere e ogni pensiero e sospiro e tutto quello che in essa c'è di indicibilmente piccolo e grande deve tornare, e tutto nella stessa sequenza e successione —persino questo ragno e questo chiaro di luna tra gli alberi, e persino questo istante e io stesso. L'eterna clessidra dell'esistenza viene girata di continuo—, e tu con essa, infimo granello di polvere!». Non ti getteresti a terra e digrigneresti i denti e malediresti il demone che parla così? O hai già vissuto un attimo di immensità in cui gli risponderesti: «Tu sei un dio, e mai ho udito parole più divine!». Se quel pensiero si impadronisse di te, come sei adesso, ti trasformerebbe, forse stritolandoti; la domanda «vuoi che tutto ciò accada ancora una volta, innumerevoli volte?» sarebbe il più grande peso mai gravato sul tuo agire! Oppure, quanto dovresti amare te stesso e la vita, per non desiderare nient'altro che quest'ultima, eterna conferma, questo sigillo?
•Gaia scienza, af. 341
 
•I due supremi punti di vista filosofici:
a)quello del divenire, dell’evoluzione
b)Quello del valore dell’esistenza.

Io li ho sintetizzati in modo decisivo. Tutto diviene e ritorna eternamente – a questo è impossibile sfuggire.

Volontà di potenza, § 1058

•Quell’imperatore tenne sempre presente la transitorietà di tutte le cose per non dar loro troppa importanza e restare tranquillo in mezzo a loro. A me pare invece che tutto abbia troppo valore per poter essere così fuggitivo: io cerco un’eternità per ogni cosa. Si devono forse gettare  a mare gli unguenti e i vini più preziosi? La mia consolazione è questa: tutto ciò che fu è eterno, il mare lo rigetta sulla riva.
•Volontà di potenza, § 1065.
 
•“Noi non dobbiamo volere un solo stato, bensì dobbiamo voler diventare esseri periodici, diventare cioè uguali all’esistenza” (Frammenti postumi, 1881-2, vol.V, t.2).

 

•La mia teoria dice: vivere in modo tale che tu debba desiderare di rivivere, questo è il compito – e in ogni caso rivivrai. Colui al quale l’aspirazione dà il sentimento supremo (das hochste Gefuhl), aspiri a qualcosa; colui al quale la quiete dà il sentimento supremo, si acquieti; colui al quale l’inserimento in un ordine, il seguire, l’obbedienza, danno il sentimento supremo, obbedisca. Solo, CERCHI di acquistare la coscienza di CIO’ CHE gli dà il sentimento supremo, e non rifugga da alcun mezzo! E’ in gioco l’eternità!

 (Frammenti postumi, 11 (163), primavera-autunno 1881

 

 SUGGERIMENTI PER LO STUDIO:

Durante le lezioni ci siamo soffermati in modo particolare sui seguenti passaggi (concentrarsi su di essi non esclude la conoscenza dei testi nella loro interezza):

 

Spinoza, ETICA, III libro

 Prefazione, Definizioni, Postulati, Propp. I, II, III, IV, VI, VII, IX, XI, XII, XIII, XVII, XVIII, XIX, XXXVII, XXXIX, LI, LIII, LIV, LV, LVI, LVIII, LIX, Definizioni degli affetti, Definizione generale degli affetti.

 

ETICA, IV libro

 Prefazione, Definizioni, Assioma, Propp. II, III, IV, V, VI, VII, VIII, IX, XIV, XV, XVII, XVIII, XIX, XX, XXI, XXII, XXIII, XXIV, XXVI, XXVII, XXVIII, XXXI, XXXII, XXXIII, XXXIV, XXXV, XXXVI, XXXVII, XXXVIII, XXXIX, XLII, XLV, XLVII, LII, LIII, LIV, LVII, LVIII, LIX, LXI, LVI e continua fino a LXXIII, Appendice.

 

Nietzsche, La volontà di potenza  (in ordine di trattazione):

 Prospettivismo: 481, 556, 590, 604, 608, 616, 480, 485, 511, 493

 Volontà di potenza e scontro tra centri di forza: 488, 490, 492, 534, 533, 567, 568, 600,552, 558, 564, 585, 619, 620, 634, 635, 636, 641, 642, 680, 681, 650, 651, 656, 657, 689, 692, 693, 661, 664, 669, 674, 675, 688, 712, 715.

 Conoscenza come affetto: 556, 592, 611, 612, 670, 688

 Piacere e felicità: 585, 696, 697, 699, 702, 703, 704, 705, 708.

 In rapporto a Spinoza: 576, 577, 578.

 In rapporto al Crepuscolo degli idoli: 568, 578, 584, 586, 617, 682, 683, 685.