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Poesia senza compromessi

di Jaime Gil de Biedma
A cura di Andrea Conti

Jaime Gil Biedma

Se il linguaggio poetico, con la sua densità e la sua sintassi a volte così diversa da quella della lingua parlata, può rappresentare per molti una sorta di ostacolo alla lettura di questo genere letterario, leggere le liriche di Jaime Gil de Biedma, poeta fondamentale della poesia spagnola della seconda metà del '900, può invece fungere da approccio al mondo profondo e ricercato della poesia stessa. Jaime Gil de Biedma a lungo lavorò a una limitata produzione poetica, proprio con l'intento di assottigliare, se non eliminare, la distanza fra linguaggio poetico e linguaggio colloquiale, al fine di rendere la propria poesia accessibile a chiunque, senza però perderne la raffinatezza. La sua continua ricerca, durata una vita intera, aveva come fine ultimo la palabra hablada, un linguaggio che, pur rendendo omaggio alla metrica tradizionale (endecasillabi, settenari e alessandrini), non fosse per questo costretto, anchilosato e limitato in alcun modo. Non bisogna dimenticare a questo proposito che, dopo aver partecipato al 20º anniversario della morte di Antonio Machado a Colliure, in Francia, prende parte con un gruppo di amici alla pubblicazione a Barcellona della Colección Colliure, presso l'editore Seix y Barral, che rappresenta uno dei primi tentativi di proporre libri di poesie in senso commerciale e non più di élite.

Il risultato del suo impegno lo possiamo oggi gustare in Las personas del verbo [1], in cui incontriamo una poesia chiara e comprensibile, quasi fosse una confidenza amichevole, nella lingua e nel tono proprio dell'autore, musicale e ritmata, senza per questo essere priva di fascino e profondità.

Jaime Gil de Biedma nasce nel 1929 a Barcellona da una famiglia dell'alta borghesia spagnola (madre catalana e padre castigliano), dove vive la maggior parte dell'infanzia e della gioventù. Nel 1936, allo scoppio della guerra civile, si trasferisce con la famiglia a Nava de la Asunción (Segovia). Solo nel 1939 torna a Barcellona, dove prosegue gli studi che termineranno con la laurea in Diritto all'Università di Salamanca nel 1951. A questi anni da studente risalgono le prime letture della poesia del Siglo de Oro, di Baudelaire e della Generazione del '27 e l'interesse per T.S. Eliot e W.H. Auden, nato durante la permanenza per qualche mese a Oxford.

Caratteristiche di questo periodo di studio intenso sono le tertulias, riunioni di tono amichevole e rilassato durante le quali, davanti a un bicchiere di birra o di ginebra, si discute soprattutto di letteratura e che gli permettono di entrare a far parte di quello che verrà più tardi definito dai critici il Grupo de Barcelona. Grazie a questi incontri, che si svolgono dapprima nel bar dell'Università, in seguito in diversi bar della città e più tardi nelle case degli amici, de Biedma conosce Carlos Barral (colui che lo indirizza alla via poetica), i fratelli Ferrater, Jaime  Salinas, José Agustín Goytisolo, che diventeranno amici abituali. Nel corso degli anni avrà modo di conoscere anche personalità di spicco della letteratura spagnola contemporanea come Jorge Guillén, Vicente Aleixandre, Gabriel Celaya, Blas de Otero e Camilo José Cela.

La sua condizione di borghese non implica che egli non sia cosciente di essere un privilegiato nella Barcellona e nella Spagna di quel periodo: non sono rare le sortite di Jaime nei bar della zona del porto dove più sensibile è lo stato di miseria e degrado di gran parte dei suoi concittadini. E proprio da qui, oltre che dai suoi frequenti viaggi nelle Filippine (lì soggiornerà per periodi anche lunghi per conto della Compañia General de Tobacos de Filipinas per cui lavorerà e avrà modo di comprendere su quale sfruttamento si fondi il modello capitalistico a cui egli stesso appartiene), dalla cruda analisi del presente, delle condizioni sociali, nasce quella volontà di denuncia che troviamo in tanti suoi componimenti (da Los Aparecido ad Apología y petición). La denuncia delle ingiustizie sociali era il tema fondamentale della poesia a lui contemporanea, il cosiddetto realismo social; Jaime Gil de Biedma non si limita, però, a seguire questa tendenza, ma propone una via originale. I poeti sociali erano comunque borghesi che amavano abbassarsi al livello degli operai e delle classi più disagiate per produrre una poesia di un linguaggio che comunque non era il loro; parlavano di condizioni vissute da altri e spesso il risultato era una lirica ‘mimetica’, che per la sua affettazione andava man mano appiattendosi e perdendo lo spirito originario di denuncia e ribellione con la scusa di essere diretta a quei diseredati che venivano così considerati involontariamente incapaci di apprezzare la vera poesia. Niente di tutto questo in de Biedma. Il poeta offre a titolo di denuncia ciò che meglio e più sinceramente può comunicare: la sua experiencia di borghese. Dall'alto della sua ‘borghesità’, parla una lingua che è la sua, quella della classe media della Barcellona degli anni '50, per additare l'ingiustizia da un punto di vista oggettivo, distaccato e allo stesso tempo profondo, cosa che gli permette di giungere persino (in Barcelona ja no és bona) ad auspicare la scomparsa a breve della sua stessa classe sociale. La denuncia sociale e la sua ferma opposizione al franchismo sono temi trasversali che ricorrono un po' in tutta l'opera di Jaime Gil (si considerino ad esempio Piazza del Popolo e Asturias, 1962), anche se risultano senza dubbio avere un peso maggiore nella sua prima vera raccolta di versi, dal titolo che non nasconde una certa simpatia politica, Compañeros de viaje (1959).

Opporsi allo status sociale contemporaneo e auspicarne un repentino cambiamento pare un obbligo morale per Jaime Gil de Biedma, che solo così si può redimere dal fatto di essere nato borghese, cosa che spesso sembra rappresentare per il poeta una sorta di peccato originale.

Questo sentimento latente di colpevolezza, questa mala conciencia, emerge chiaramente fra i versi di due liriche in particolare: Infancia y confesión e Intento formular mi experiencia de la guerra. Per comprendere l'importanza di questi componimenti è fondamentale considerare che il poeta trascorse i tre anni della guerra civile rintanato e protetto fra le attenzioni dei familiari nella casa di Nava, in salvo dalle barbarie del conflitto. Furono questi, lo dice il poeta stesso, gli anni migliori della sua vita. Considerato come un periodo a sé stante, visto con lo sguardo di un bambino, esso si sedimenta nella memoria di Jaime e lì rimane, assoluto, proprio come un tempo mitico, tanto che Nava rappresenterà sempre per il poeta un rifugio, un luogo rigenerante, dove tornare bambino con gli amici durante le vacanze estive o dove trascorrere i tre mesi di cura dalla tubercolosi (durante i quali prende forma Diario de un artista seriamente enfermo pubblicato nel 1974 e che sarà parte del Retrato del artista pubblicato del 1991, solo dopo la sua morte (1990) per volontà dello stesso de Biedma). Scoprire, crescendo, la vera natura di una guerra intestina che aveva causato «en España casi un millón de muertos» e indicibili orrori e diviso la Spagna, non può tuttavia intaccare il suo vissuto, l'esperienza di quel periodo, quella splendida età spensierata e innocente. Non servirebbe a nulla cercare di dare una versione diversa, immaginando di avere sofferto: l'onestà intellettuale impedisce di sciogliere quella compresenza di due elementi contrari, opposti e comunque inconciliabili.

È proprio la capacità (verrebbe da dire taoistica) di Jaime Gil de Biedma di avvertire la tensione fra due contrari e d'altro canto l'incapacità di giungere a una scelta o ad un compromesso, questa oscillazione perpetua fra un'emozione e l'emozione contraria senza riconoscersi totalmente in una sola di esse, questa tensione lancinante a rendere così caratteristica la poesia di Jaime Gil de Biedma.

Già nei primi componimenti giovanili (nelle liriche di Las afueras, per esempio) si percepisce una certa inquietudine che tiene sospeso il protagonista fra la volontà di rimanere in quel dolce isolamento che aveva caratterizzato la sua infanzia e la curiosità per ciò che c'è ‘là fuori’, per ciò che è ancora sconosciuto. E in fondo anche il periodo universitario, da come possiamo intendere dalle testimonianze di Carlos Barral, vede un Jaime bisognoso di comunicare e di sentirsi parte di un gruppo (come si percepisce chiaramente da Amistad a lo largo), ma che allo stesso tempo si dimostra scontroso e taciturno, come per conservare una dimensione intimistica.

L'insanabile opposizione di contrari diventa uno strumento affascinante, vitalizzante e ironico, che soggiace all'intera opera di de Biedma, uno dei fili conduttori che si possono seguire nella lettura. Ma se si volessero riassumere le tematiche fondamentali dell'opera del poeta barcellonese, si potrebbero utilizzare le parole dello stesso de Biedma, interrogato sui temi che aveva voluto focalizzare nella sua poesia: «ci sono solo due tematiche nella mia poesia: il tempo e io». Ed effettivamente nella raccolta definitiva di versi curata dall'autore stesso, Las Personas del Verbo (alla prima edizione del 1975, non a caso dopo la morte di Franco, ne seguirà una seconda nel 1982) si può seguire la crescita dell'autore: dagli esordi poetici della gioventù del primo libello Según sentecia del tiempo, si passa al periodo delle speranze condivise con gli amici di cui si è già parlato e dell'impegno politico che traspare in Compañeros de viaje; in Moralidades (edito nel 1966 in Messico per problemi di censura) compare già un personaggio conscio di aver abbandonato per sempre il periodo esuberante della gioventù, che a essa guarda già con nostalgia pur avvertendone ancora il profumo e che intende proporre alcune scene di vita vissuta come fossero exempla medievali, condivisibili da tutti; si giunge, infine, al periodo più amaro della disillusione e del definitivo addio alle speranze da ragazzo, della solitudine, del pensiero che sbatte tra i ricordi dell'ormai lontana gioventù e le epifanie di una vecchiaia inoperosa, racchiuse tutte nell'ultimo libro, Poemas póstumos (1968).

La volontà di presentare la propria storia al lettore era già presente in Compañeros de viaje, dichiarata apertamente nella prefazione dal poeta stesso: «In fin dei conti, un libro di versi non è che la storia dell'uomo che ne è l'autore, ma innalzata a un significato tale per cui la vita del singolo rappresenta quella di tutti gli uomini […]». La poesia diventa quindi strumento di condivisione di esperienze, di comunicazione che, attraverso la parola scritta, permette all'intima dimensione poetica di esprimersi ed essere compresa da tutti: la lettura costituisce un livello che, annullando spazio e tempo, consente l'incontro faccia a faccia di lettore e scrittore, senza veli, all'insegna della massima sincerità. Inoltre, capacità mirabile della poesia, il vissuto di un uomo permette al lettore di assumere un'altra identità che è quella del personaggio poetico, di immedesimarsi e quindi vivere e sentire come fosse qualcun altro. Qui risiede il potere eternatrice della lirica: affidare l'intensità dell'istante irripetibile alla potenziale infinita ripetizione della lettura.

Ma, perché una poetica possa essere riconosciuta da tutti come propria, deve toccare corde profonde dell'anima che tutti avvertano come proprie: è così che l'opera di de Biedma diventa ‘per tutti’. Al di là dell'esperienza del singolo (l'yo), in essa troviamo lo scorrere del tempo che tutto modifica, il motore del cambiamento dell'uomo e della sua percezione, il fattore che sconvolge l'amicizia, che affievolisce la speranza, che nutre l'abitudine e minaccia i rapporti. Jaime Gil de Biedma si racconta, ma nel frattempo racconta della compresenza latente e irrisolvibile di vita e morte, altra dualità inscindibile.

Il prendere atto dell'inevitabilità di dovere un giorno invecchiare e spegnersi lo aiuta a intensificare, a godere di ogni istante, di ogni attimo; è questa coscienza che accompagna la crescita fisica e morale di Jaime Gil de Biedma il vero filo conduttore de Las personas del verbo; da essa scaturisce quell'ironica malinconia che vela tutti i suoi componimenti. È questa coscienza di dover soggiacere alle regole del tempo che gli permette di riconoscersi uomo fra gli uomini e di offrire la sua esperienza come esempio di uno fra molti.

Per mettersi al riparo dal Tempo (che spesso, grazie ai suoi strascichi, appare nell'opera come fosse un personaggio concreto più che un'entità intangibile), de Biedma lotta per vivere nella dimensione della poesia e sembra riuscirci al meglio. Fino grosso modo a metà degli anni '60: in Moralidades è ancora forte la voglia di vivere, nonostante ci sia qualche avvisaglia di cedimento. Sintomatico per esempio il fatto che la raccolta si chiuda con El juego de hacer versos, che palesa la natura artificiosa e ludica della sua poetica. In questa raccolta emerge inoltre il tema fondamentale dell'amore, altro strumento privilegiato per ‘cambiare dimensione’, per combattere l'abitudine e l'appiattimento della consuetudine (Canción del aniversario). E anche l'amore soffre e gode di un irrequieto bifrontismo [2]: il poeta è costretto a dividersi fra amori concreti (le molteplici avventure omosessuali) che gli sono necessari per apprezzare e valorizzare l'unico vero grande amore. Sembra paradossale e non è facile da spiegarsi, ma basta leggere Pandémica y Celeste per comprendere la profondità del pensiero di un artista poco propenso a scendere a facili compromessi di comodo che lo getterebbero nell'ipocrisia generale.

A questo punto il poeta è arrivato a vivere completamente nella dimensione poetica e la vita reale non può soddisfarlo. La conseguenza è che nel 1966 Jaime cade in crisi e, come lui stesso dichiarerà più tardi, è a un passo dal togliersi la vita.

Ma l'amore estremo per la vita stessa lo induce a rinunciare al drammatico gesto per trovare e raccontare una soluzione del tutto originale: Poemas póstumos è la testimonianza di questa scelta. Il titolo, che non nasconde più di tanto una tragica ironia, sembra non avere senso. In realtà ne risulta impregnato: Jaime Gil de Biedma, che fino a quel momento è riuscito a dividersi fra due dimensioni, quella reale e quella poetica, è dilaniato dalle due personalità (sempre compresenti) di autore e di personaggio poetico, l'una stanca e sulla strada dell'invecchiamento, l'altra scatenata e irresistibile, sempre ben ancorata alla giovinezza. Per trovare una via d'uscita alla profonda crisi che lo assilla, sceglie di uccidersi, ma solo in parte. A perire è la parte forse più vera di de Biedma, il personaggio dei suoi componimenti che a poco a poco aveva superato le barriere dell'irreale per diventare una personalità concreta, intima del poeta. Questo è ciò che emerge da due liriche fondamentali per comprenderne l'essenza, Contra Jaime Gil de Biedma e Después de la muerte de Jaime Gil de Biedma.

L'omicida sopravvissuto non potrà però più essere l'uomo di prima. Venendo meno la sua parte più vitale e spensierata, Jaime Gil de Biema non riuscirà più a scrivere; questa sarà la pena da scontare. Dopo la morte di Jaime Gil – personaggio, infatti, Jaime Gil – autore, solo quarantenne in fondo, riesce solamente a produrre gli ultimi capolavori proiettandosi in una vecchiaia priva di compagnia e di speranze (De vita beata e De Senectute), nella quale solamente gli fanno visita per torturarlo fantasmi di tempi ormai lontani (Himno a la juventud).

A conclusione della sua raccolta definitiva, cogliendo l'occasione per rispondere a una domanda che gli veniva rivolta di frequente, Jaime Gil de Biedma si confessa e lascia un'indicazione utile al lettore che non può non tornare a leggerlo nuovamente, ammirato: «E chiedermi perché non scrivo, inevitabilmente, rimanda a un'altra domanda molto più inquietante: perché scrissi? Alla fin fine, la normalità è leggere. Le mie risposte preferite sono due. La prima, che la mia poesia fu – senza che io lo sapessi – tutto un tentativo di inventarmi un'identità; una volta inventata, e assunta, non mi capita più di immergermi per intero in ogni poesia, che era ciò che mi appassionava. La seconda, che fu tutto un equivoco: io credevo di voler essere poeta, ma in fondo volevo essere poesia. E in parte, anche se male, ci sono riuscito; come qualsiasi poesia mediamente ben fatta, ora manco di libertà interiore, sono tutto necessità e sottomissione interna a questo tormentato tiranno, a quel Big Brother insonne, onnisciente e ubiquo – Io».


Arte poética

A Vicente Aleixandre

La nostalgía del sol en los terrados,
en el muro color paloma de cemento/
– sin embargo tan vívido – y el frío
repentino que casi sobrecoge./

La dulzura, el calor de los labios a solas
en medio de la calle familiar
igual que un gran salón, donde acudieran
multitudes lejanas como seres queridos.

Y sobre todo el vértigo del tiempo,
el gran boquete abriéndose hacia dentro del alma
mientras arriba sobrenadan promesas
que desmayan, lo mismo que si espumas.

Es sin duda el momento de pensar
que el hecho de estar vivo exige algo,
acaso heroicidades – o basta, simplemente,
alguna humilde cosa común

cuya corteza de materia terrestre
tratar entre los dedos, / con un poco de fé?
Palabras, por ejemplo.
Palabras de familia gastadas tibiamente.

Arte poetica

A Vicente Aleixandre

La nostalgia del sole sui terrazzi,
sul muro color colomba di cemento
– eppure tanto vivido – e il freddo
repentino che quasi ci sorprende.

La dolcezza, il calore delle labbra, soli
in mezzo alla strada familiare
come un grande salone, dove erano accorse
moltitudini lontane come esseri amati.

E soprattutto la vertigine del tempo,
il gran gorgo che si apre verso il fondo dell'anima
mentre in alto galleggiano promesse
che svaniscono, proprio come schiuma.

È senza dubbio il momento di pensare
che il fatto di essere vivo esige qualcosa,
forse eroicità – o basta, semplicemente,
qualche umile cosa comune

la cui corazza di materia terrestre
modellare fra le dita, con un po' di fede?
Parole, per esempio.
Parole di famiglia sciupate tiepidamente.

Infancia y confesiones

Cuando yo era más joven
(bueno, en realidad, será mejor decir
muy joven)
algunos años antes
de conoceros y
recién llegado a la ciudad,
a menudo pensaba en la vida.
Mi familia
era bastante rica y yo estudiante.

Mi infancia eran recuerdos de una casa
con escuela y despensa y llave en el ropero,
da cuando las familias
acomodadas,
como su nombre indica,
veraneaban infinitamente
en Villa Estefanía o en La Torre
del Mirador
y más allá continuaba el mundo
con senderos de grava y cenadores
rústicos, decorado de hortensias pomposas,
todo ligeramente egoísta y caduco.
Yo nací (perdonadme)
en la edad de la pérgola y el tenis.

La vida, sin embrago, ténia extraños limites
y lo que es más extraño: una cierta tendencia
retráctil.
Se contaban historias penosas,
inexplicables sucedidos
dónde no se sabía, caras tristes,
sótanos fríos como templos.
Algo sordo
perduraba a lo lejos
y era posible, lo decían en casa,
quedarse ciego de en escalofrío.

De mi pequeño reino afortunado
me quedó esta costumbre de calor
y una imposible propensión al mito.

Infanzia e confessioni

Quando io ero più giovane
(beh, in realtà, sarà meglio dire
molto giovane)
alcuni anni prima
di conoscervi e
da poco arrivato in città,
spesso pensavo alla vita.
La mia famiglia
era abbastanza ricca e io studente.

La mia infanzia erano ricordi di una casa
con scuola e dispensa e chiave nell'armadio,
di quando le famiglie
agiate,
come indica la parola,
villeggiavano infinitamente
a Villa Estefanía o a La Torre
del Mirador
e più in là continuava il mondo
con sentieri di ghiaia e chioschi
rustici, decorate di ortensie pompose,
tutto leggermente egoista e caduco.
Io nacqui (perdonatemi)
nell'età della pergola e del tennis.

La vita, tuttavia, aveva strani limiti
quel che è più strano: una certa tendenza
retrattile.
Si raccontavano storie penose,
inesplicabili avvenimenti
dove non si sapeva, facce tristi,
scantinati freddi come templi.
Un che di sordo
perdurava lontano
ed era possibile, lo dicevano in casa,
rimanere ciechi per un brivido.

Del mio piccolo regno fortunato
m'è rimasta questa consuetudine di calore
e una impossibile propensione al mito.

Los aparecidos

Fue esta mañana misma,
en mitad de la calle.

Yo esperaba
con los demás, al borde de la señal de cruce,
y de pronto he sentido como un roce ligero,
como casi una súplica en la manga.
Luego,
mientras precipitadamente atravesaba,
la visión de unos ojos terribles, exhalados
yo no sé desde qué vacío doloroso.

Ocurre que esto sucede
demasiado a menudo.
Y sin embargo,
al menos en algunos de nosotros,
queda una estela de malestar furtivo,
un cierto sentimiento de culpabilitad.
Recuerdo
también, en una hermosa tarde
que regresaba a casa… Una mujer
se desplomó a mi lado replegándose
sobre sì misma, silenciosamente
y con una increíble lentitud – la tuve
por las axilas, un momento el rostro,
viejo, casi pegado al mío.
Luego sin comprender aún,
incorporó unos ojos donde nada
se leía, sino la pura privación
que me daba las gracias.
Me volví
penosamente a verla calle abajo.
No sé cómo explicarlo, es
lo mismo que si todo,
lo mismo que si el mundo alrededor
estuviese parado
pero continuase en movimeiento
cínicamente, como
si nada, como si nada fuese verdad.
Cada aparición
que pasa, cada cuerpo en pena
no anuncia muerte, dice que la muerte estaba
ya entre nosotros sin saberlo.

Vienen
de allá, del otro lado del fundo sulfuroso,
de las sordas
minas del hambre y de la multitud.
Y ni siquiera saben quiénes son:
desenterrados vivos.

Gli spettri

È stato proprio questa mattina,
in mezzo alla strada.

Io speravo
con gli altri, accanto ad un semaforo
e d'improvviso ho sentito come un tocco leggero
quasi come una supplica sulla manica.
Poi,
mentre precipitosamente attraversavo,
la visione di due occhi terribili, esalati
io non so da quale vuoto doloroso.

Il fatto è che questo succede
troppo spesso.
E tuttavia,
almeno in alcuni fra noi,
resta una scia di malessere furtivo,
un certo senso di colpevolezza.
Ricordo
pure, una bellissima sera
mentre tornavo a casa… Una donna
si afflosciò accanto a me ripiegandosi
su se stessa, silenziosamente
e con un'incredibile lentezza – la tenni
per le ascelle, un attimo il viso,
vecchio, quasi incollato al mio.
Poi senza comprendere ancora,
alzò quegli occhi dove nulla
si leggeva, se non la pura privazione
che mi ringraziava.
Mi voltai
penosamente a guardarla mentre si allontanava.
Non so come spiegarlo, è
come se tutto,
come se tutto il mondo intorno
fosse fermo
ma continuasse a muoversi
cinicamente, come
se niente, come se niente fosse vero.
Ogni apparizione
que passa, ogni corpo in pena
non annuncia morte, dice che la morte stava
già fra noi senza che lo sapessimo.

Vengono
da là, dall'altro lato del fondo solforoso,
delle sorde
miniere della fame e della moltitudine.
E non sanno neppure chi sono:
dissotterrati vivi.

Canción de aniversario

Porque son ya seis años desde entonces,
porque no hay en la tierra, todavia,
nada que sea tan dulce como una habitación
para dos, si es tuya y mía;
porque hasta el tiempo, ese pariente pobre
que conoció mejores días,
parece hoy partidario de la felicidad,
cantemos, alegría!

Y luego levantémonos más tarde,
como domingo. Que la mañana plena
se nos vaya en hacer otra vez el amor,
pero mejor: de otra manera
que la noche no puede imaginarse,
mientras el cuarto se nos puebla
de sol y vecindad tranquila, igual que el tiempo,
y de historia serena.

El eco de los días de placer,
el deseo, la música acordada
dentro en el corazón, y que yo he puesto apenas
en mis poemas, por romántica;
todo el perfume, todo el pasado infiel,
lo que fue dulce y da nostalgia,
¿no ves cómo se sume en la realidad que entonces
soñabas y soñaba?

La realidad – no demasiado hermosa –
con sus inconvenientes de ser dos,
sus vergonzosas noches de amor sin deseo
y de deseo sin amor,
que ni en seis siglos de dormir a solas
las pagaríamos. Y con
sus transiciones vagas, de la traición al tedio,
del tedio a la traición.

La vida no es un sueño, tú ya sabes
que tenemos tendencia a olvidarlo.
Pero un poco de sueño, no más, un si es no es
por esta vez, callándonos
el resto de la historia, y un instante
– mientras que tú y yo nos deseamos
feliz y larga vida en común –, estoy seguro
que no puede hacer daño.

Canzone d'anniversario

Perché sono ormai sei anni da allora,
perché non c'è sulla terra, ancora,
nulla che sia tanto dolce quanto una stanza
per due, se è tua e mia;
perché persino il tempo, questo parente povero
che conobbe giorni migliori,
sembra oggi partigiano della felicità,
cantiamo, allegria!

E poi alziamoci più tardi,
come fosse domenica. Che la mattina intera
ci sfugga nel fare un'altra volta l'amore,
perché sia migliore; in un modo diverso
che la notte non può immaginarsi,
mentre la stanza si anima
di sole e vicinanza tranquilla, come il tempo,
e di storia serena.

L'eco dei giorni di piacere,
il desiderio, la musica accordata
dentro in fondo al cuore, e che io ho messo appena
nelle mie poesie, perché romantica;
tutto il profumo, tutto il passato infedele,
quello che fu dolce e dà nostalgia,
non vedi come si fonde nella realtà che allora
sognavi e sognavo?

La realtà – non troppo attraente –
con gli inconvenienti di essere due,
le vergognose notti d'amore senza desiderio
e di desiderio senza amore,
che nemmeno in sei secoli di sonno solitario
le sconteremmo. E con
le transizioni vaghe, dal tradimento al tedio,
dal tedio al tradimento.

La vita non è un sogno, tu sai
già che tendiamo a dimenticarlo.
Ma un poco di sogno, non di più, un assaggio
per questa volta, tacendo
il resto della storia, e un istante
– mentre tu ed io ci auguriamo
felice e lunga vita in comune –, sono sicuro
che non possa far male.

Intento formular mi experiencia de la guerra

Fueron, posiblemente,
los años más felices de mi vida,
y no es extraño, puesto que a fin de cuentas
no tenía los diez.

Las víctimas más tristes de la guerra
los niños son, se dice.
Pero también es cierto que es una bestia el niño:
si le perdona la brutalidad
de los mayores, él sabe aprovecharla,
y vive más que nadie
en ese mundo demasiado simple,
tan parecido al suyo.

Para empezar, la guerra
fue conocer los páramos con viento,
los sembrados de gleba pegajosa
y las tardes de azul, celestes y algo pálidas,
con los montes de nieve sonrosada a lo lejos.
Mi amor por los inviernos mesetarios
es una consecuencia
de que hubiera en España casi un millón de muertos.

A salvo en los pinares
– pinares de la Mesa, del Rosal, del Jinete! –,
el miedo y el desorden de los primeros días
eran algo borroso, con esa irrealidad
de los momentos demasiado intensos.
Y Segovia parecía remota
como una gran ciudad, era ya casi el frente
– o por lo menos un lugar heroico,
un sitio con tenientes de brazo en cabestrillo
que nos emocionaba visitar: la guerra
quedaba allí al alcance de los niños
tal y como la quieren.
A la vuelta, de paso por el puente Uñés,
buscábamos la arena removida
donde estaban, sabíamos, los cinco fusilados.
Luego la lluvia los desenterró,
los llevó río abajo.

Y me acuerdo también de una excursión a Coca,
que era el pueblo de al lado,
una de esas mañanas que la luz
es aún, en el aire, relámpago de escarcha,
pero que anuncian ya la primavera.
Mi recuerdo, muy vago, es sólo una imagen,
una nítida imagen de la felicidad

retratada en un ciclo
hacia el que se apresura la torre de la iglesia,
entre un nimbo de pájaros.
Y los mismos discursos, los gritos, las canciones
eran como promesas de un tiempo mejor,
nos ofrecían
un billete de vuelta al siglo diez y seis.
Que niño no lo acepta?

Cuando por fin volvimos
a Barcelona, me quedó unos meses
la nostalgia de aquello, pero me acostumbré.
Quien me conoce ahora
dirá que mi experiencia
nada tiene que ver con mis ideas,
y es verdad. Mis ideas de la guerra cambiaron
después, mucho después
de que hubiera empezado la posguerra.

Provo a formulare la mia esperienza della guerra

Furono, probabilmente,
gli anni più felici della mia vita,
e non è strano, dato che in fin dei conti
non ne avevo nemmeno dieci.

Le vittime più tristi della guerra
sono i bambini, si dice.
Però è anche vero che è una bestia il bambino:
se lo risparmia la brutalità
dei grandi, egli sa approfittarne,
e vive più di ogni altro
in quel mondo troppo semplice,
tanto simile al suo.

Per cominciare, la guerra
fu conoscere le distese battute dal vento,
i campi seminati di zolle appiccicose
e le sere d'azzurro, celesti e un poco pallide,
con i monti di neve rosea in lontananza.
Il mio amore per gli inverni mesetari
è una conseguenza del fatto
che ci furono in Spagna quasi un milione di morti.

In salvo tra le pinete
– pinete della Mesa, del Rosal, del Jinete! –,
la paura e il disordine dei primi giorni
erano qualcosa di impreciso, con quell'irrealtà
dei momenti troppo intensi.
E Segovia appariva remota
come una grande città, era già quasi il fronte
– o per lo meno un luogo eroico,
un posto di tenenti col braccio al collo
che ci emozionava visitare: la guerra
era lì alla portata dei bambini
proprio come la sognano.
Al ritorno, passando per il ponte Uñes,
cercavamo la sabbia smossa
dove stavano, sapevamo, i cinque fucilati.
Poi la pioggia li dissotterrò,
li portò giù per il fiume.

E mi ricordo anche di un'escursione a Coca,
che era il paese lì accanto,
uno di quei mattini che la luce
è ancora, nell'aria, un lampo di rugiada,
ma che annunciano già la primavera.
Il mio ricordo, molto vago, è solo un'immagine,
una nitida immagine della felicità

ritratta in un cielo
verso il quale si slancia il campanile della chiesa,
fra uno stormo di uccelli.
E gli stessi discorsi, le grida, le canzoni
erano come promesse di un tempo migliore,
ci offrivano
un biglietto di ritorno per il secolo d'oro.
Quale bambino non lo accetta?

Quando alla fine tornammo
a Barcellona, mi restò per alcuni mesi
la nostalgia di tutto questo, però mi abituai.
Chi mi conosce ora
dirà che la mia esperienza
non ha nulla a che vedere con le mie idee,
ed è la verità. Le mie idee della guerra cambiarono
solo dopo, molto dopo
da che era cominciato il dopoguerra.

Pandémica y celeste

quam magnus numerus Libyssae arenae
……………………………………………
aut quam sidera multa, cum tacet nox,
furtivos hominum vident amores.

(Catulo, VII).

Imagínate ahora que tú y yo
muy tarde ya en la noche
hablemos hombre a hombre, finalmente.
Imagínatelo,
en una de esas noches memorables
de rara comunión,con la botella
medio vacía, los ceniceros sucios,
y después de agotado el tema de la vida.
Que te voy a enseñar un corazón,
un corazón infiel,
desnudo de cintura para abajo,
hipócrita lector – mon semblable, – mon frère!

Porque no es la impaciencia del buscador de orgasmo
quien me tira del cuerpo hacia otros cuerpos
a ser posible jóvenes:
yo persigo también el dulce amor,
el tierno amor para dormir al lado
y que alegre mi cama al despertarse,
cercano como un pájaro.
¡Si yo no puedo desnudarme nunca,
si jamás he podido entrar en unos brazos
sin sentir – aunque sea nada más que un momento –
igual deslumbramiento que a los veinte años!

Para saber de amor, para aprenderle,
haber estado solo es necesario.
Y es necesario en cuatrocientas noches
– con cuatrocientos cuerpos diferentes –
haber hecho el amor. Que sus misterios,
como dijo el poeta, son del alma,
pero un cuerpo es el libro en que se leen.

Y por eso me alegro de haberme revolcado
sobre la arena gruesa, los dos medio vestidos,
mientras buscaba ese tendón del hombro.
Me conmueve el recuerdo de tantas ocasiones…
Aquella carretera de montaña
y los bien empleados abrazos furtivos
y el instante indefenso, de pie, tras el frenazo,
pegados a la tapia, cegados por las luces.
O aquel atardecer cerca del río
desnudos y riéndonos, de yedra coronados.
O aquel portal en Roma – en via del Babuino.

Y recuerdos de caras y ciudades
apenas conocidas, de cuerpos entrevistos,
de escaleras sin luz, de camarotes,
de bares, de pasajes desiertos, de prostíbulos,
y de infinitas casetas de baños,
de fosos de un castillo.
Recuerdos de vosotras, sobre todo,
oh noches en hoteles de una noche,
defìnitivas noches en pensiones sórdidas,
en cuartos recién fríos,
noches que devolvéis a vuestros huéspedes
un olvidado sabor a sí mismos!
La historia en cuerpo y alma, como una imagen rota,
de la langueur goutée a ce mal d'être deux.
Sin despreciar
– alegres como fiesta entre semana –
las experiencias de promiscuidad.

Aunque sepa que a nada me valdrían
trabajos de amor disperso
si no existiese el verdadero amor.
Mi amor,
íntegra imagen de mi vida,
sol de las noches mismas que le robo.

Su juventud, la mía,
– música de mi fondo –
sonríe aún en la imprecisa gracia
de cada cuerpo joven,
en cada encuentro anónimo,
iluminándolo. Dándole un alma.
Y no hay muslos hermosos
que no me hagan pensar en sus hermosos muslos
cuando nos conocimos, antes de ir a la cama.

Ni pasión de una noche de dormida
que pueda compararla
con la pasión que da el conocimiento,
los años de experiencia
de nuestro amor.
Porque en amor también
es importante el tiempo,
y dulce, de algún modo,
verificar con mano melancólica
su perceptible paso por un cuerpo
– mientras que basta un gesto familiar
en los labios,
o la ligera palpitación de un miembro,
para hacerme sentir la maravilla
de aquella gracia antigua,
fugaz como un reflejo.

Sobre su piel borrosa,
cuando pasen más años y al final estemos,
quiero aplastar los labios invocando
la imagen de su cuerpo
y de todos los cuerpos que una vez amé
aunque fuese un instante, deshechos por el tiempo.
Para pedir la fuerza de poder vivir
sin belleza, sin fuerza y sin deseo,
mientras seguimos juntos
hasta morir en paz, los dos,
como dicen que mueren los que han amado mucho.

Pandemia e celeste

quam magnus numerus Libyssae arenae
………………………………………….
aut quam sidera multa, cum tacet nox,
furtivos hominum vident amores.

(Catullo, VII).

Immaginati adesso che tu ed io
ormai a notte fonda
parliamo da uomo a uomo, finalmente.
Immaginatelo,
in una di quelle notti memorabili
di rara comunione, con la bottiglia
mezza vuota, i posacenere sporchi,
e dopo aver sviscerato il tema della vita.
Ti mostrerò un cuore,
un cuore infedele,
nudo dalla cintola in giù,
ipocrita lettore – mon semblable, – mon frère!

Perché non è l'impazienza del cacciatore d'orgasmo
che trascina il mio corpo verso altri corpi
se possibile giovani:
io inseguo anche il dolce amore,
il tenero amore per dormirci accanto
e che rallegri il mio letto al risveglio
vicino come un passero.
Io che non posso mai denudarmi,
io che non ho mai potuto giacere fra due braccia
senza sentire – non fosse che per un momento –
lo stesso stordimento che a vent'anni!

Per sapere d'amore, per apprenderlo,
essere stato solo è necessario.
Ed è necessario in quattrocento notti
– con quattrocento corpi differenti –
aver fatto l'amore. Che i suoi misteri,
come disse il poeta, sono dell'anima,
ma un corpo è il libro in cui si leggono.

E perciò mi rallegro di essermi rotolato
sulla sabbia grossa, entrambi mezzo vestiti,
mentre cercavo quel tendine della spalla.
Mi commuove il ricordo di tante occasioni…
Quella strada di montagna
e i ben spesi abbracci furtivi
e l'istante indifeso, in piedi, dopo la frenata,
incollati al muretto, accecati dalle luci.
O quel tramonto vicino al fiume
nudi e sorridendoci, d'edera coronati.
O quel portone a Roma – in via del Babuino.

E ricordi di volti e città
appena conosciuti, di corpi intravisti,
di scale senza luce, di cabine di navi,
di bar, di vicoli deserti, di postriboli,
di infinite cabine balneari,
di fossati di un castello.
Ricordi di voi, soprattutto,
oh notti in hotel di una notte,
definitive notti in pensioni sordide,
in camere appena raffreddate,
notti che riportate ai vostri ospiti
un dimenticato sapore di se stessi!
La storia in corpo e anima, come un'immagine rotta
de la langueur goutée a ce mal d'être deux.
Senza disprezzare
– allegri come una festa in settimana –
le esperienze di promiscuità.

Anche sapendo che a nulla mi varrebbero
pene d'amore disperso
se non esistesse il vero amore.
Il mio amore,
integra immagine della mia vita,
sole delle stesse notti che gli rubo.

La sua gioventù, la mia,
– musica del mio fondo –
sorride ancora nella imprecisa grazia
di ogni corpo giovane,
di ogni incontro anonimo,
illuminandolo. Dandogli un'anima.
E non ci sono cosce splendide,
che non mi facciano pensare alla sue splendide cosce
quando ci conoscemmo, prima di andare a letto.

Né la passione di una notte d'avventura
che possa comparare
con la passione che porta il conoscersi,
gli anni di esperienza
del nostro amore.
Perché anche in amore
è importante il tempo,
e dolce, in qualche modo,
verificare con mano melanconica
il suo percettibile passaggio sopra un corpo
– mentre basta un cenno famigliare
sulle labbra,
o la leggera palpitazione di un membro,
per farmi sentire la meraviglia
di quella grazia antica
fugace come un riflesso.

Sulla sua pelle indefinita,
quando passeranno altri anni e saremo alla fine
voglio schiacciare le labbra invocando
l'immagine del suo corpo
e di tutti i corpi che una volta amai
anche fosse un istante, disfatti dal tempo.
Per chiedere la forza di poter vivere
senza bellezza, senza forza e senza desiderio,
mentre continuiamo uniti
fino a morire in pace, entrambi,
come dicono che muoiono quelli che hanno amato molto.

Píos deseos al empezar el año

Pasada ya la cumbre de la vida,
justo del otro lado, yo contemplo
un paisaje no exento de belleza
en los días de sol, pero en invierno inhóspito.
Aquí sería dulce levantar la casa
que en otros climas no necesité,
aprendiendo a ser casto y a estar solo.
Un orden de vivir, es la sabiduría.
Y qué estremecimiento,
purificado, me recorrería
mientras que atiendo al mundo
de otro modo mejor, menos intenso,
y medito a las horas tranquilas de la noche,
cuando el tiempo convida a los estudios nobles,
el severo discurso de las ideologías
– o la advertencia de las constelaciones
en la bóveda azul…
Aunque el placer del pensamiento abstracto
es lo mismo que todos los placeres:
reino de juventud.

Buone intenzioni all'inizio dell'anno

Passata ormai la vetta della vita
proprio sull'altro versante, contemplo
un paesaggio non privo di bellezza
nei giorni di sole, ma in inverno inospitale.
Qui sarebbe dolce innalzare la casa
che in altri climi non mi fu necessaria,
apprendendo ad essere casto e a stare solo.
Una regola di vita è la saggezza.
E che razza di brivido
puro mi percorrerebbe
mentre mi occupo del mondo
in un altro modo migliore, meno intenso
e medito nelle ore tranquille della notte,
quando il tempo invita agli studi nobili,
il severo discorso delle ideologie
– o il monito delle costellazioni
nella volta celeste…
Sebbene il piacere del pensiero astratto
è come tutti i piaceri:
regno di gioventù.

Contra Jaime Gil de Biedma

De qué sirve, quisiera yo saber, cambiar de piso
dejar atrás un sótano mas negro
que mi reputación – y ya es decir –,
poner visillos blancos
y tomar criada,
renunciar a la vida de bohemio,
si vienes luego tú, pelmazo,
embarazoso huésped, – memo vestido con mis trajes,
zángano de colmena, inútil, cacaseno,
con tus manos lavadas,
a comer en mi plato y a ensuciar la casa?

Te acompañan las barras de los bares
últimos de la noche, los chulos, las floristas,
las calles muertas de la madrugada
y los ascensores de luz amarilla
cuando llegas, borracho,
y te paras a verte en el espejo
la cara destruida,
con ojos todavía violentos
que no quieres cerrar. Y si te increpo,
te ríes, me recuerdas el pasado
y dices que envejezco.

Podría recordarte que ya no tienes gracia.
Que tu estilo casual y que tu desenfado
resultan truculentos
cuando se tienen más de treinta años,
y que tu encantadora
sonrisa de muchacho soñoliento
– seguro de gustar – es un resto penoso,
un intento patético.
Mientras que tu me miras con tus ojos
de verdadero huérfano, y me lloras
y me prometes ya no hacerlo.

Si no fueses tan puta!
Y si yo no supiese, hace ya tiempo,
que tú eres fuerte cuando yo soy débil
y que eres débil cuando me enfurezco.
De tus regresos guardo una impresión confusa
de pánico, de pena y descontento,
y la desesperanza
y la impaciencia y el resentimiento
de volver a sufrir, otra vez más,
la humillación imperdonable
de la excesiva intimidad.

A duras penas te llevaré a la cama,
como quien va al infìerno
para dormir contigo.
Muriendo a cada paso de impotencia,
tropezando con muebles
a tientas, cruzaremos el piso
torpemente abrazados, vacilando
de alcohol y de sollozos reprimidos.
Oh innoble servidumbre de amar seres humanos,
y la más innoble
que es amarse a sí mismo!

Contro Jaime Gil de Biedma

A cosa serve, io vorrei sapere, cambiar casa,
lasciarsi alle spalle uno scantinato più nero
della mia reputazione – e già è tutto dire – ,
mettere tendine bianche
e prendere una domestica,
rinunciare alla vita da bohémien,
se poi vieni tu, rompiscatole,
ospite imbarazzante, stupido che indossi i miei vestiti,
fannullone, inutile, cacasenno,
con le tue mani lavate,
a mangiare nel mio piatto e a insozzare la casa?

Ti accompagnano i banconi dei bar
ultimi della notte, i ruffiani, le fioriste,
le vie morte all'albeggiare
e gli ascensori dalla luce gialla
quando arrivi, ubriaco,
e ti fermi a guardarti nello specchio,
la faccia distrutta,
gli occhi ancora violenti
che non vuoi chiudere. E se ti rimprovero,
ridi, mi ricordi il passato
e dici che invecchio.

Potrei ricordarti che ormai non hai più fascino.
Che il tuo stile casuale e che la tua disinvoltura
risultano truculenti
quando si hanno più di trent'anni,
e che il tuo incantatore
sorriso di ragazzo trasognato
– sicuro di piacere – è un avanzo penoso,
un tentativo patetico.
Mentre tu mi guardi con quegli occhi
da vero orfano, e piangi
e mi prometti di non farlo più.

Se non fossi tanto puttana!
E se io non sapessi, ormai da tempo,
che tu sei forte quando io sono debole
e che sei debole quando mi infurio…
Dei tuoi rientri serbo un'impressione confusa
di panico, di pena e di scontento,
e la rassegnazione,
e l'impazienza e il risentimento
di tornare a soffrire, una volta di più,
l'umiliazione imperdonabile
dell'eccessiva intimità.

A mala pena ti porterò a letto,
come chi va all'inferno
per dormire con te.
Morendo ad ogni passo di impotenza,
inciampando nei mobili
a tentoni, attraverseremo la casa
goffamente abbracciati, barcollando
per l'alcol e per i singhiozzi repressi.
Oh ignobile servitù di amare esseri umani,
e la più ignobile
che è amare se stessi!

Un cuerpo es el mejor amígo del ombre

Las horas no han pasado, todavía,
y está manana lejos igual a un arrecife
que apenas yo distingo.

Tu no sientes
cómo el tiempo se adensa en esta habitación
con la luz encendida, cómo está fuera el frío
lamiendo los cristales… Qué deprisa,
en mi cama esta noche, animalito,
con la simple nobleza de la necesidad,
mientras que te miraba, te quedaste dormido.

Así pues, buenas noches.
Ese país tranquilo
cuyos contornos son los de tu cuerpo
da ganas de morir recordando la vida,
o de seguir despierto
– cansado y excitado – hasta el amanecer.

A solas con la edad, mientras tú duermes
como quien no ha leído nunca un libro,
pequeño animalito: ser humano
– más franco que en mis brazos –,
por lo desconocido.

Un corpo è il miglior amico dell'uomo

Le ore non sono passate, ancora,
e il domani è lontano come un atollo
che appena io distinguo.

Tu non senti
come il tempo si addensa in questa stanza
con la luce accesa, come rimane fuori il freddo
che lambisce i vetri… Con che fretta
nel mio letto questa notte, cucciolo,
con la semplice eleganza della necessità
mentre ti guardavo, ti addormentasti.

Così allora, buona notte.
Questo paese tranquillo
i cui confini sono quelli del tuo corpo
fa venir voglia di morire ricordando la vita,
o di rimanere sveglio
– stanco ed eccitato – fino all'alba.

Faccia a faccia con l'età, mentre tu dormi
come chi non ha letto mai un libro,
piccolo cucciolo: essere umano
– più franco che fra le mie braccia –,
per ciò che non conosci.

No volveré a ser joven

Que la vida iba en serio
Uno lo empieza a comprender más tarde
– como todos los jóvenes, yo vine
a llevarme la vida por delante.

Dejar huella quería
y marcharme entre aplausos
– envejecer, morir, eran tan solo
las dimensiones del teatro.

Pero ha pasado el tiempo
y la verdad desagradable asoma:
envejecer, morir,
es el único argumento de la obra.

Non tornerò ad essere giovane

Che la vita faceva sul serio
uno lo comincia a comprendere più tardi
– come tutti i giovani, io pensai
di tenere in pugno la vita.

Lasciare un segno, volevo,
e andarmene fra gli applausi
– invecchiare, morire, erano solamente
le dimensioni del teatro.

Ma è passato il tempo
e la verità sgradevole affiora:
invecchiare, morire
è l'unico argomento dell'opera.

Resolución

Resolución de ser feliz
por encima de todo, contra todos
y contra mí, de nuevo
– por encima de todo, ser feliz –
vuelvo a tomar esa resolución.

Pero más que el proposito de enmienda
dura el dolor del corazón.

Risoluzione

Risoluzione di essere felice
al di sopra di tutto, contro tutti
e contro di me, di nuovo
– al di sopra di tutto, essere felice –
torno a prendere questa decisione.

Ma più che il proposito di ammenda
dura il dolore del cuore.

Después de la muerte de Jaime Gil de Biedma

En el jardín, leyendo,
la sombra de la casa me oscurece las páginas
y el frío repentino de final de agosto
hace que piense en ti.

El jardín y la casa cercana
donde pían los pájaros en las enredaderas,
una tarde de agosto, cuando va a oscurecer
y se tiene aún el libro en la mano,
eran, me acuerdo, símbolo tuyo de la muerte.
Ojalà en el infierno
de tus últimos días te diera esta visión
un poco de dulzura, aunque no lo creo.

En paz al fin conmigo,
puedo ya recordarte
no en las horas horribles, sino aquí
en el verano del año pasado,
cuando agolpadamente
– tantos meses borradas –
regresan las imágenes felices
traídas por tu imagen de la muerte…
Agosto en el jardín, a pleno día.

Vasos de vino blanco
dejados en la hierba, cerca de la piscina,
calor bajo los árboles. Y voces
que gritan nombres.
Ángel,
Juan, María Rosa, Marcelino, Joaquina
– Joaquina de pechitos de manzana.
Tú volvías riendo del teléfono
anunciando más gente que venia:
te recuerdo correr,
la apagada explosión de tu cuerpo en el agua.

Y las noches también de libertad completa
en la casa espaciosa, toda para nosotros
lo mismo que un convento abandonado,
y la nostalgia de puertas secretas,
aquel correr por las habitaciones,
buscar en los armarios
y divertirse en la alternancia
de desnudo y disfraz, desempolvando
batines, botas altas y calzones,
arbitrarias escenas,
viejos suenos eróticos de nuestra adolescencia,
muchacho solitario.
Te acuerdas de Carmina,
de la gorda Carmina subiendo la escalera
con el culo en pompa
y llevando en la mano un candelabro?

Fue un verano feliz.
…El último verano
de nuestra juventud, dijiste a Juan
en Barcelona al regresar
nostálgicos,
y tenías razón. Luego vino el invierno,
el infierno de meses
y meses de agonía
y la noche final de pastillas y alcohol
y vómito en la alfombra.
Yo me salvé escribiendo
después de la muerte de Jaime Gil de Biedma.

De los dos, eras tu quien mejor escribía.
Ahora sé hasta qué punto tuyos eran
el deseo de ensueno y la ironía,
la sordina romántica que late en los poemas
míos que yo prefiero, por ejemplo en Pandémica…
A veces me pregunto
cómo será sin ti mi poesía.

Aunque acaso fui yo quien te enseñó.
Quien te enseñó a vengarte de mis sueños,
por cobardía, corrompiéndolos.

Dopo la morte di Jaime Gil de Biedma

Nel giardino, leggendo,
l'ombra della casa mi scurisce le pagine,
e il freddo repentino di fine agosto
fa che io pensi a te.

Il giardino e la casa vicina,
dove pigolano gli uccelli fra i rampicanti
una sera d'agosto, quando sta per imbrunire
e si tiene ancora il libro fra le mani,
erano per te – mi ricordo – simbolo della morte.
Voglia il cielo che nell'inferno
dei tuoi ultimi giorni ti desse questa visione
un poco di dolcezza, anche se non lo credo.

In pace alla fine con me stesso,
posso già ricordarti
non nelle ore orribili, ma qui
nell'estate dell'anno scorso,
quando tutte d'un colpo
– per tanti mesi cancellate –
ritornano le immagini felici
trascinate dalla tua immagine della morte…
Agosto in giardino, in pieno giorno.

Calici di vino bianco
lasciati sull'erba, vicino alla piscina,
caldo sotto gli alberi. E voci
che gridano nomi.
Ángel,
Juan, Maria Rosa, Marcelino, Joaquina
– Joaquina dai seni piccini come mele.
Tu tornavi ridendo dal telefono
annunciando che veniva altra gente:
ti ricordo correre,
la sorda esplosione del tuo corpo nell'acqua.

E le notti ancora di libertà completa
nella casa spaziosa, tutta per noi
uguale a un convento abbandonato,
e la nostalgia di porte segrete,
quel correre di stanza in stanza,
frugare negli armadi
e divertirsi nell'alternanza
fra denudarsi e travestirsi, rispolverando
vestaglie, stivali alti e calzoni,
scene arbitrarie,
vecchi sogni erotici della nostra adolescenza,
ragazzo solitario.
Ti ricordi di Carmina,
della grassa Carmina che saliva per le scale
con il culo in pompa
e portando nella mano un candelabro?

Fu un'estate felice.
…L'ultima estate
della nostra gioventù, dicesti a Juan,
a Barcellona mentre tornavamo
nostalgici,
e avevi ragione. Dopo venne l'inverno,
l'inferno di mesi
e mesi d'agonia
e la notte finale di pastiglie e alcol
e vomito sul tappeto.
Io mi salvai scrivendo
dopo la morte di Jaime Gil de Biedma.

Dei due, eri tu quello che meglio scriveva.
Ora so fino a che punto tuoi erano
il desiderio di sogno e l'ironia,
la sordina romantica che vibra nelle poesie
mie che io preferisco, per esempio in Pandémica…
A volte mi domando
come sarà senza di te la mia poesia.

Anche se forse fui io a insegnarti.
Io che ti insegnai a vendicarti dei miei sogni,
per codardia, corrompendoli.

Ultramort

Una casa desierta que yo amo,
a dos horas de aquí,
me sirve de consuelo.

En sus tejas roídas por la hierba
la luna se extenúa,
se duerme el sol del tiempo.

Entre sus muros el silencio existe
que ahora yo imagino
– soñando con vivir

una segunda infancia prolongada
basta el agotamiento
de ser carnal, feliz.

Me asomaré callado a ver el día,
contento de estar solo
con la vida bastante.

Encontrar en la cama otro cuerpo,
no más que algunas noches,
sera como bañarme.

Ultramort

Una casa deserta che io amo,
a due ore da qui,
mi serve di conforto.

Sulle sue tegole rose dall'erba
la luna si fiacca,
si addormenta il sole del tempo.

Tra le sue mura il silenzio esiste
che ora io immagino
– sognando di vivere

una seconda infanzia prolungata
fino all'avvizzimento
di essere carnale, felice.

Mi affaccerò silenzioso a vedere il giorno,
contento di stare solo
con la vita che ho.

Sorprendere nel letto un altro corpo,
solamente qualche notte,
sarà come bagnarmi.

Artes de ser maduro

A José Antonio

Todavía la vieja tentación
de los cuerpos felices y de la juventud
tiene atractivo para mí,
no me deja dormir
y esta noche me excita.

Porque alguien contó historias
de pescadores en la playa,
cuando vuelven: la raya del amanecer
marcando, lívida, el límite del mar,
y asan sardinas frescas
en espetones, sobre la arena.
Lo imagino en seguida.
Y me coge un deseo de vivir
y ver amanecer, acostándome tarde,
que no está en proporción con la edad que ya tengo.

Aunque quizás alivie despertarse
a otro ritmo, mañana.
Liberado
de las exaltaciones de esta noche,
de sus fantasmas en blue jeans.

Como libros leídos han pasado los años
que van quedando lejos, ya sin razón de ser
– obras de otro momento.
Y el ansia de llorar
y el roce de la sábana, que me tenía inquieto
en las odiosas noches de verano,
el lujo de la impaciencia y el don de la elegía
y el don de disciplina aplicado al ensueño,
mi fé en la gran historia…
Soldado de la guerra perdida de la vida,
mataron mi caballo, casi no lo recuerdo.
Hasta que me estremece
un ramalazo de sensualidad.

Envejecer tiene su gracia.
Es igual que de joven
aprender a bailar, plegarse a un ritmo
más insistente que nuestra inexperiencia.
Y procura también cierto instintivo
piacer curioso,
una segunda naturaleza.

Arti di essere maturo

A José Antonio

Anche ora la vecchia tentazione
dei corpi felici e della gioventù
conserva un qualcosa di attraente per me,
non mi lascia dormire
e questa notte mi eccita.

Perché qualcuno raccontò storie
di pescatori sulla spiaggia,
quando tornano: la luce dell'alba
segnando, livida, il limite del mare,
e arrostiscono sardine fresche,
con gli spiedi, sulla sabbia.
Lo immagino subito.
E mi prende una voglia di vivere
e vedere far giorno, andando a letto tardi,
cosa che non sta bene ormai alla mia età.

Sebbene forse dia sollievo svegliarsi
a un altro ritmo, domani.
Liberato
dall'eccitazione di questa notte,
dei suoi fantasmi in blue jeans.

Come libri letti sono passati gli anni
che si allontanano, ormai senza ragione d'essere
– opere d'altri tempi.
E l'ansia di piangere
e il contatto con il lenzuolo, che mi rendeva inquieto
nelle odiose notti d'estate,
il lusso dell'impazienza e il dono dell'elegia
e il dono della disciplina applicata al sogno,
la mia fede nella grande storia…
Soldato della guerra perduta della vita,
uccisero il mio cavallo, quasi non lo ricordo.
Fino a quando mi scuote
un brivido di sensualità.

Invecchiare ha il suo fascino.
È come quando da giovani
si impara a ballare, a piegarsi a un ritmo
più insistente della nostra esperienza.
E produce perfino un certo istintivo
piacere curioso,
una seconda natura.

Hímno a la juventud

Heu quantum per se candida forma valet!

(Propercio, II, XXIX, 30).

A qué vienes ahora,
juventud,
encanto descarado de la vida?
Qué te trae a la playa?
Estábamos tranquilos los mayores
y tú vienes a herirnos, reviviendo
los más temibles sueños imposibles,
tú vienes para hurgarnos las imaginaciones.

De las ondas surgida,
toda brillos, fulgor, sensación pura
y ondulaciones de animal latente,
hacia la orilla avanzas
con sonrosados pechos diminutos,
con nalgas maliciosas lo mismo que sonrisas,
oh diosa esbelta de tobillos gruesos,
y con la insinuación
(tan propiamente tuya)
del vientre dando paso al nacimiento
de los muslos: belleza delicada,
precisa e indecisa,
donde posar la frente derramando lágrimas.

Y te vemos llegar – figuración
de un fabuloso espacio ribereño
con toros, caracolas y delfines,
sobre la arena blanda, entre la mar y el cielo,
aún trémula de gotas,
deslumbrada de sol y sonriendo.

Nos anuncias el reino de la vida,
el sueño de otra vida, más intensa y más libre,
sin deseo enconado como un remordimiento
– sin deseo de ti, sofisticada
bestezuela infantil, en quien coinciden
la directa belleza de la starlet
y la graciosa timidez del príncipe.

Aunque de pronto frunzas
la frente que atormenta un pensamiento
conmovedor y obtuso,
y volviendo hacia el mar tu rostro donde brilla
entre mojadas mechas rubias
la expresión melancólica de Antinoos,
oh bella indiferente,
por la playas camines como si no supieses
que te siguen los hombres y los perros,
los dioses y los ángeles,
y los arcángeles,
los tronos, las abominaciones…

Inno alla gioventù

Heu quantum per se candida forma valet!

(Properzio, II, XXIX, 30).

Che vieni a fare ora,
gioventù,
incanto sfacciato della vita?
Cosa ti spinge alla spiaggia?
Stavamo tranquilli noi adulti
e tu vieni a ferirci, ridando vita
ai più temibili sogni impossibili,
tu vieni a stuzzicare le nostre fantasie.

Dalle onde sorta,
tutta luccichii, un bagliore, sensazione pura
e ondeggiamenti da animale latente,
verso la riva avanzi
con rosati seni minuscoli,
con natiche maliziose come fossero sorrisi,
oh dea slanciata dalle caviglie grosse,
e con l'allusione
(così tipicamente tua)
del ventre che cede il passo al principio
delle cosce: bellezza delicata,
precisa e indecisa,
donde posare la fronte spargendo lacrime.

E ti vediamo arrivare – figurazione
di un favoloso spazio rivierasco
con tori, lumache e delfini,
sopra la sabbia molle, tra il mare e il cielo,
ancora tremula di gocce,
abbagliata di sole e sorridendo.

Ci annunci il regno della vita,
il sogno di un'altra vita, più intensa e più libera,
senza il desiderio irritato come un rimorso
– senza desiderio di te, sofisticata
bestiolina infantile, in cui coincidono
la diretta bellezza della starlet,
e la graziosa timidezza del principe.

Anche se d'improvviso aggrotti
la fronte che assilla un pensiero
commovente e ottuso,
e volgendo verso il mare il tuo viso dove brilla
fra madide ciocche bionde,
l'espressione malinconica da Antinoo,
oh bella indifferente,
per la spiaggia cammini come se non sapessi
che ti seguono gli uomini e i cani,
gli dèi e gli angeli,
e gli arcangeli,
i troni, le abominazioni…

De senectute

Y nada temí más que mis cuìdados

(Góngora).

No es el mío, este tiempo.

Y aunque tan mío sea ese latir de pájaros
afuera en el jardín,
su profusión en hojas pequeñas, removiéndome
igual que intimaciones,
no dice ya lo mismo.

Me despierto
como quien oye una respiración
obscena. Es que amanece.

Amanece otro día en que no estaré invitado
ni a un momento feliz. Ni a un arrepentimiento
que, por no ser antiguo,
– ah Seigneur, donnez–moi la force et le courage! –
invite de verdad a arrepentirme
con algún resto de sinceridad.
Ya nada temo más que mis cuidados.

De la vida me acuerdo, pero dónde está.

De senectute

Y nada temí más que mis cuìdados

(Góngora).

Non è il mio, questo tempo.

E sebbene sia così mio questo frusciare d'uccelli
fuori nel giardino,
la loro profusione fra le piccole foglie, che mi commuove
come un'intimazione
non dice più le stesse cose.

Mi sveglio
come chi sente un respiro
osceno. È che fa giorno.

Nasce un altro giorno in cui non sarò invitato
nemmeno a un momento felice. Né a un pentimento
che, per non essere antico,
ah Seigneur, donnez–moi la force et le courage! –
inviti davvero a pentirmi
con qualche traccia di sincerità
Ormai non temo nulla più delle mie cure.

Della vita mi ricordo, ma dove sta.

De vita beata

En un viejo país ineficiente,
algo así como España entre dos guerras
civiles, en un pueblo junto al mar,
poseer una casa y poca hacienda
y memoria ninguna. No leer,
no sufrir, no escribir, no pagar cuentas,
y vivir como un noble arruinado
entre las ruinas de mi inteligencia.

De vita beata

In un vecchio paese inefficiente,
un po' come la Spagna tra due guerre
civili, in un paesino sul mare,
possedere una casa e pochi beni
e memoria nessuna. Non leggere,
non soffrire, non scrivere, non pagare conti,
e vivere come un nobile decaduto
fra le rovine della mia intelligenza.

Canción final

Las rosas de papel no son verdad
y queman
lo mismo que una frente pensativa
o el tacto de una lámina de hielo.

Las rosas de papel son, en verdad,
demasiado encendidas para el pecho.

Canzone finale

Le rose di carta non sono verità
e bruciano
come una fronte pensierosa
o il tatto di una lamina di ghiaccio.

Le rose di carta sono, in verità,
troppo accese per il petto.


[1] Cfr. J.G. de Biedma, Las personas del verbo, Seix Barral, Barcelona 1982 (tr. it. di G. Calabrò, Le persone del verbo, Liguori Editore, Napoli 2000).

[2] Il termine è utilizzato a ragione da Giovanna Calabrò nelle sue analisi della poetica dello scrittore catalano (cfr. G. Calabrò, Ritratto di un poeta. Jaime Gil de Biedma, Vittorio Pironti, Napoli 1992, e Id., Le persone del verbo, cit.).


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